Un nuovo inizio

La prese per mano senza dirle una parola e la condusse verso la camera da letto. Lei aveva paura, non sapeva cosa aspettarsi, e nello stesso tempo una profonda eccitazione scorreva lungo ogni centimetro della sua pelle.

Il tocco delle sue mani, grandi e gentili, la rassicurò all’istante, decise che si sarebbe fidata, e affidata.

Lui la fece sedere sul letto e cominciò a spogliarla, molto lentamente e con estrema attenzione, come se fosse il compito più importante che avesse mai dovuto svolgere.

Lei non ebbe il coraggio di muovere un muscolo: aveva il terrore di commettere qualche passo falso e di meritarsi una punizione. Si ricordava ancora i colpi del frustino sull’interno coscia, anche se si era dimenticata il motivo della punizione.

Le mani del suo Padrone, intanto, continuavano a muoversi con gesti sapienti su di lei.

Lei si soffermò a interpretare il tocco di quelle mani, rendendosi conto che le venivano trasmesse nuove sensazioni. Quelle mani si stavano prendendo cura di lei, non avevano quella solita, scontata urgenza di esplorare il suo corpo per arrivare a un piacere tanto veloce quanto effimero.

Nessun uomo, Vittoria si rese conto in quel momento, l’aveva mai toccata così, con quella delicata attenzione.

Adesso era lì, inginocchiato davanti a lei, con le mani posate sulle sue ginocchia nude, e la guardava in silenzio.

«Sei bellissima, lo sai? E sei tutta mia, ora posso farti tutto ciò che voglio».

Queste parole la scossero, un brivido la percorse fino in profondità. Era esattamente ciò che aveva bisogno di sentire: l’appartenenza a qualcuno, qualcuno che si prendesse cura di lei, di ogni aspetto del suo essere. Sentiva che Marco era la persona giusta, l’aveva capito fin da subito, e lui aveva avuto il dubbio che lei gli avesse lanciato un incantesimo per legarlo a lei. Chissà…

Marco si alzò in piedi e la prese per mano.

«Vieni con me».

La portò in una stanza in penombra, Vittoria cercò di catturare più particolari possibili, sapeva che presto lui le avrebbe detto di abbassare lo sguardo. Ancora una volta la sorprese: prese una benda nera da una mensola lì vicino e gliela calò sugli occhi.

«In ginocchio, schiava. E non ti muovere, voglio trovarti esattamente in questa posizione ogni volta che mi verrà voglia di entrare in questa stanza per usarti. Vediamo se ne sei capace».

«Sì, mio Padrone, come vuole» rispose Vittoria, smaniosa di compiacerlo e di procurargli piacere.

«Direi».

Il tono duro e sprezzante con cui lui aveva ribattuto la fecero eccitare come non mai. In una situazione diversa non avrebbe mai permesso a nessuno, soprattutto a un uomo, di usare quel tono con lei.

In quel momento, in quella stanza, invece, erano bastate cinque lettere condite con la giusta dose di severità e arroganza per farla bagnare come una cagnetta in calore.

Marco, intanto, se ne era andato, chiudendo la porta e lasciandola lì, in ginocchio.

Vittoria cominciò a usare i sensi che le erano rimasti per studiare l’ambiente. Sentiva un forte profumo balsamico, come se fossero stati usati di recente degli olii essenziali.

L’udito era all’erta per cercare di capire cosa stesse facendo Marco nell’altra stanza.

Sentiva solo della musica di sottofondo, le sembrò di riconoscere una canzone di Sting, ma non era abbastanza lucida per capire di che brano si trattasse. Di sicuro non era la sua principale preoccupazione in quel momento. Doveva stare attenta per sentire i passi che si avvicinavano alla porta e farsi trovare nella posizione che le aveva ordinato di mantenere.

Ma lui si era tolto le scarpe: Vittoria lo capì quando, all’improvviso, sentì spalancarsi la porta.

In un attimo sentì le sue labbra percorrere il suo collo, salire a mordicchiarle l’orecchio e arrivare alla sua bocca. Non ne aveva mai abbastanza di quei baci voraci,  che gridavano passione, possesso, come se volesse divorarla, farla sua in tutti i modi possibili.  

E poi, come era arrivato, se ne andò senza una parola e la lasciò lì, in ginocchio, tremante per l’eccitazione.

Si agitavano in lei emozioni contrastanti che a turno si affacciavano alla sua mente.

Se le immaginava fare a pugni nella sua testa, e quando una aveva la meglio sulle altre si affacciava al balcone del suo cervello, finché non veniva ricacciata nella mischia.

Si sporse inizialmente il desiderio di sentire aprire quella porta e di essere posseduta dal suo Padrone.

Poi prese il sopravvento la paura, che tirò giù dal parapetto il desiderio e le fece sperare di rimanere in quella stanza da sola, al sicuro nel suo angolino.

E mentre si sporgeva la voglia di trasgressione, ecco che si aprì la porta.

Marco le si avvicinò e le mise qualcosa intorno al collo.

Quando si sentì stringere la gola Vittoria capì: si era guadagnata il collare.

Più si stringeva, più le sembrava di ricominciare a respirare: il collare le era mancato più di ogni altra cosa, sebbene avesse fatto tanta resistenza ad accettarlo, all’inizio.

E se ne andò un’altra volta.

Ma ora lei si godeva il suo nuovo accessorio: lo toccò, per cercare di capire se fosse quello che aveva suggerito lei: non osava togliersi la benda per guardarlo, se fosse entrato Marco e l’avesse vista senza benda, altro che frustino sull’interno coscia. Due bei ceffoni non glieli avrebbe levati nessuno.

Era abbastanza alto e rigido, non lasciava molta libertà di movimento al collo. Era molto spesso e dalle cuciture poteva essere quello nero con i profili rossi che le piaceva tanto.

Fece appena in tempo ad abbassare le braccia che la porta si era riaperta.

Si sentì sollevata di peso e appoggiata a pancia in giù su un piano di legno.

Marco le scostò le mutandine e la penetrò di colpo, senza alcun complimento.

Vittoria sussultò per la sorpresa e il piacere: la sua eccitazione era tale, in quella situazione, che non aveva certo bisogno di preliminari per preparare la zona. Era bagnata fradicia da parecchio tempo, quindi il suo membro entrò senza alcun problema. Era parecchio eccitato anche il suo Padrone, a giudicare dall’erezione che aveva, e questa constatazione riempì di orgoglio Vittoria.

Far eccitare così tanto il proprio Padrone è, per una schiava, uno dei più profondi piaceri.

Marco le assestò parecchi colpi, sempre più forti, che la squassarono ben bene.

Poi uscì da lei, poco prima che potesse raggiungere l’orgasmo, e le disse: «Ora rimettiti in ginocchio, puttana. Spero di trovarti ancora così bagnata quando torno. Sempre che abbia voglia di scoparti ancora un po’».

Le diede una mano a ritornare nella posizione iniziale e, mentre lei si metteva giù, le si avvicinò all’orecchio e le sussurrò con un tono di voce dolcissimo: «Che brava la mia schiava. Sono proprio orgoglioso della mia merce».

Vittoria sentì un tuffo al cuore.

Questi cambi di registro tra loro la mandavano in confusione e la stimolavano allo stesso tempo.

Con Marco non si poteva mai abbassare la guardia, bisognava stare sempre all’erta e cambiare al volo i passi di danza, seguendo il ritmo che lui decideva di imporre alla situazione.

Era un coreografo spericolato e fantasioso, che dava alle sessioni continui, emozionanti scossoni.

E Vittoria voleva continuare a ballare.

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In ostaggio, parte terza

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Sentiva sia i tacchi che gli anfibi che si muovevano intorno al tavolo.

Venne sollevata di peso, ancora una volta, e messa in piedi, dopo che le ebbero tolte le corde dalle caviglie. Dai polsi no, invece, e questo particolare non la rassicurava affatto. Le gambe non la reggevano, stava quasi per accasciarsi quando sentì la forte presa di lui che la sosteneva, facendole passare le braccia sotto le ascelle.

Le mani della donna, intanto, le divaricarono bruscamente le gambe, dopodiché sentì passare intorno alle caviglie delle strisce di un materiale morbido, forse cuoio.

Vittoria era spossata, non sapeva quanto poteva ancora resistere. Ma aveva forse scelta?

Registrò un rumore metallico all’altezza delle caviglie, punto in cui la donna stava trafficando, e pochi istanti dopo si rese conto che non poteva chiudere le gambe, erano immobilizzate, probabilmente da una barra metallica agganciata alle cavigliere.

Non prometteva nulla di buono, si disse la ragazza.

E nonostante questo, il piacere continuava a colare tra le sue cosce.

Le alzarono le braccia e lei si ritrovò nella posizione di prima, quando era stata spogliata. Ormai aveva smesso di chiedersi cosa le sarebbe accaduto, era troppo stanca e infreddolita.

Un brivido di freddo la percorse per tutto il corpo e la perfida donna se ne accorse.

«Hai freddo, puttanella, eh? Adesso ti scaldiamo noi, non temere».

Vittoria non sapeva cosa avrebbe dato per poter schiaffeggiare quella donna e farla smettere, una volta per tutto, di rivolgersi a lei con quegli appellativi. Dovette ammettere, però, che era il tono beffardo che la infastidiva, mentre sentirsi chiamare “puttanella”, “troietta” o “cagnetta” contribuivano non poco ad aumentare il suo desiderio.

Una fitta ai capezzoli la distolse dai suoi propositi di vendetta: le avevano strappato via le mollette anche da lì, sempre senza alcun riguardo.

Sentì di nuovo le mani grandi dell’uomo che la toccavano dappertutto, come se quel corpo fosse diventato di sua esclusiva proprietà e lui stesse controllando il suo nuovo giocattolo, che poteva usare a suo piacimento.

La donna si stupì dei pensieri che le si affollavano in testa in un momento come questo, e si chiese da dove mai saltassero fuori: che li avesse sempre custoditi nella parte più oscura di lei e che fossero emersi tutti in una volta, a causa di questa esperienza così estrema?

Poi tutto tacque.

Nessun rumore, nessun suono, né dentro né fuori dalla stanza.

Un silenzio di attesa.

Vittoria seppe, in quel momento, che tutto stava per finire, anche se non aveva idea di come.

Voleva che finisse, però?

E mentre era sospesa nel vuoto, sollevata appena da terra, sentì le braccia della donna, inguainate dal lattice, che la immobilizzavano da dietro.

Lui le si parò di fronte, sentiva i suoi respiri profondi davanti al suo viso.

E poi la riempì col suo membro, penetrandola con una spinta fortissima, che la fece sussultare dalla sorpresa. Era durissimo, turgido, lei credette di impazzire per il piacere.

La sbatteva senza pietà, sempre più in profondità, come se desiderasse farlo da tempo immemore e finalmente potesse vivere il suo desiderio.

Un senso di colpa enorme la investì: stava godendo senza ritegno con un uomo che non era il suo fidanzato, che se la immaginava a casa a farsi bella per il loro fine settimana romantico.

E mentre era combattuta tra il senso di colpa e il piacere che era ormai giunto al culmine, la donna le tolse il nastro adesivo dalla bocca e la benda dagli occhi.

Marco, il suo ragazzo, era lì, che stava raggiungendo l’orgasmo insieme a lei, dopo aver messo in atto la fantasia più oscura e recondita della donna che amava.

Lei si abbandonò al piacere tra le sue braccia e sulle sue labbra.

Troppe le domande, troppe le emozioni da gestire e troppo contrastanti.

Ora voleva solo godersi quelle braccia forti e protettive e quei baci appassionati.

A tutto il resto ci avrebbe pensato domani.

O forse mai più.

In ostaggio, parte seconda

Sentì dei passi che si avvicinavano piano e le giravano intorno. Non era la donna, erano passi diversi, suoni diversi. Suola di gomma e leggero suono metallico a ogni passo: Vittoria ipotizzò indossasse degli anfibi con delle borchie in metallo, e subito dopo si chiese a cosa le servisse tale informazione.

Nel frattempo i passi si erano arrestati, proprio dietro di lei.

Il respiro si fece ancora più affannoso, sentiva il suo respiro caldo sul collo. Si scoprì sempre più eccitata e meno paurosa: non sapeva come spiegarlo, ma sentiva degli inequivocabili spasmi al basso ventre e un’umidità sempre più abbondante fra le cosce. Se i capezzoli turgidi potevano essere causati dal freddo, la vagina fradicia non aveva altre spiegazioni che il desiderio.

E poi le sentì.

Due mani forti percorsero tutto il suo corpo, come se volessero ispezionarlo, frugare in ogni piega, in ogni angolo, in ogni buco… Vittoria cercò di divincolarsi facendo leva sulle punte dei piedi, fu più forte di lei. Sentì una fitta a un braccio e poi, di nuovo, la voce della sua carceriera.

«Stai buona, puttanella, altrimenti mi tocca darti un altro schiaffo, e stavolta potrebbe scapparmi la mano. Sai, lui non vuole che esageri, ha paura che ti rovini il tuo bel faccino, ma secondo me un bello schiaffone te lo meriteresti. Come ti meriteresti di stare appesa qui ancora per un po’, ma lui vuole usarti per bene e vuole che tu senta tutto ciò che ti faremo, quindi ora ti mettiamo più comoda. Non troppo, non illuderti».

Detto ciò sentì di nuovo il rumore delle corde sui tubi, la slegarono da entrambe le parti e le lasciarono ricadere le braccia lungo il corpo. Aveva ancora le corde intorno ai polsi, ma stava già riacquistando la sensibilità alle mani e la situazione le sembrava un sogno, rispetto a qualche istante prima.

Poi le venne in mente che non sapeva cosa le sarebbe accaduto ora e la paura ricominciò a crescere, di pari passo con la sua eccitazione. Ormai sentiva i suoi umori colare lungo le cosce, con un gesto istintivo portò la mano alla zona, ma subito una presa forte sul polso le bloccò il movimento.

«Qui c’è una cagnetta in calore, vedo… e non abbiamo ancora iniziato. Beh, sentiamo un po’».

Una lingua morbida e calda le percorse piano piano le cosce, sentiva le mani dell’uomo che le tenevano ferme e divaricate le gambe da dietro. La donna arrivò con calma al suo sesso e lo leccò ben bene, entrando in profondità con la lingua ed esplorando ogni centimetro di quella figa bagnata e gonfia per il piacere.

Vittoria faceva fatica a stare in piedi, le ginocchia le tremavano per il piacere, voleva resistere, non dare soddisfazione a quella perfida donna, ma stava godendo come non mai, e lei lo sentiva, stava succhiando il suo clitoride e leccando i suoi umori. Era a un passo dall’orgasmo, quando la donna smise: «Devo ammettere che questa troietta si sta comportando bene, aveva proprio ragione lei, signore. Credo che ci divertiremo. Vuole sentire com’è fradicia?»

Subito due dita la penetrarono con forza, facendola sussultare.

Vittoria non credeva avrebbe potuto mai provare un’eccitazione così profonda, mista a una paura fortissima. Dovette ripetersi che nessuno sapeva che l’avevano rapita, non aveva idea di dove l’avessero portata né se avessero intenzione di lasciarla in vita alla fine del gioco.

In questo modo il suo desiderio si quietò. Lui aveva tirato fuori le dita da lei, in silenzio, sempre in silenzio.

«Adesso cammina, è ora di giocare».

La donna accompagnò queste parole a un bello strattone. Vittoria, malferma sulle gambe per la paura e la posizione scomoda tenuta finora, si lasciò trascinare di pochi passi, poi si sentì sollevare e appoggiare con poca grazia su un piano di legno ruvido, che però costituiva il primo elemento di calore di quella folle nottata. Un penetrante miscuglio di odori arrivò al suo naso: legno, muffa, cera e altri che non riuscì a decifrare.

O che non volle decifrare: una spossatezza infinita si impadronì di lei, era distrutta, aveva freddo, aveva paura, il nastro adesivo sulla bocca le dava fastidio, le braccia erano ancora informicolate.

Le lacrime cominciarono a sgorgare abbondanti e a bagnarle la faccia e i capelli. E dopo le lacrime arrivarono i singhiozzi.

Voleva andare a casa, voleva che questa storia finisse.

La mano di lui prese ad accarezzarle piano i capelli, quasi a volerla consolare e ad asciugare le sue lacrime.

Poi lei parlò, dalla sua voce era sparito il tono sprezzante con cui le si era rivolta finora.

«Tranquilla, non vogliamo farti del male. Stai buona, fai la brava e goditi la situazione. Lo sappiamo che ti piace, ho sentito con la mia lingua quanto ti piace».

Vittoria si tranquillizzò, decise che voleva credere alle carezze rassicuranti di lui e alle parole di lei, anche loro rassicuranti, per un certo verso. Capì che non aveva altra scelta e che, forse, se fosse stata tranquilla e collaborativa a quei due non sarebbero venute in mente strane idee.

I singhiozzi calarono man mano di intensità fino a sparire, riprese a respirare regolarmente e si accorse che lui aveva smesso di accarezzarle i capelli.

Sentì dei rumori sulla sua destra, come dei sacchetti aperti e richiusi, come se qualcuno stesse cercando qualcosa o stesse estraendo oggetti dai sacchetti.

Vittoria si agitò sul tavolaccio. I rumori cessarono all’istante, Vittoria sentì il rumore dei tacchi che si avvicinavano a lei.

«Credo che la nostra puttanella sia pronta per giocare, signore. E ci siamo pure dimenticati di legarla… Provvedo subito».

Le sue braccia vennero alzate e le corde ai polsi tirate, probabilmente per farle passare in qualche gancio. Senti delle corde anche intorno alle caviglie, ora, e dopo poco ebbe anche le gambe immobilizzate e divaricate.

Era alla mercé di quei due, completamente indifesa ed esposta ai loro capricci, e la situazione la stava eccitando, di nuovo.

La vagina pulsava di piacere, i sensi erano all’erta per cercare di indovinare cosa le stesse per capitare. Per ora sentiva solo i tacchi della donna muoversi nella stanza, lui doveva essere fermo da qualche parte, a godersi lo spettacolo.

Lei si avvicinò al tavolo e cominciò a toccarla, ovunque.

Si fermò a stuzzicarle i capezzoli, che divennero ancora più turgidi. Glieli tirò, glieli succhiò e mordicchiò e poi, quando erano belli ritti, Vittoria sentì una fitta, prima al destro poi al sinistro. Immaginò che le avesse applicato delle mollette ai capezzoli, perché il dolore era continuo, anche se tollerabile. La ragazza dovette ammettere che provava un sottile piacere a percepire i capezzoli strizzati dalle mollette.

Poi la donna scese lungo il suo addome e, arrivata alla vagina, si mise a esplorarla e a toccarla come se fosse un pezzo di carne qualsiasi.

Vittoria sapeva di non essere mai stata così bagnata in vita sua, si sentiva addirittura in colpa nei confronti di Marco, il suo desiderio era un tradimento verso di lui, ma non riusciva a trattenere quell’onda di piacere che la stava travolgendo. Arrivò il suo primo orgasmo, direttamente sulle mani della donna, e mentre lei si contorceva per il piacere, l’altra le applicò due mollette alle grandi labbra.

Vittoria emise un urlo strozzato, per quanto riuscisse a urlare con la bocca chiusa dal nastro adesivo.

«Guardi, signore, come si contorce la nostra cagnetta. Allora vedi che ti stai divertendo? E adesso con queste godrai ancora di più» le disse facendo muovere le mollette e procurandole una fitta di dolore mista a intenso piacere.

Appena si riprese dall’orgasmo Vittoria riuscì a cogliere il rumore dei passi dell’uomo che si avvicinavano al tavolo.

Ora avrebbero giocato entrambi con lei? E cosa mai le avrebbero fatto?

La vagina pulsava sempre più, le pareva di impazzire.

Sentì qualcosa di morbido che la toccava, non riusciva a capire cosa fosse, sembrava di pelle, sembravano frange… stava ancora registrando tutte le informazioni quando ricevette un colpo deciso su un fianco e capì: era una frusta. La pelle del fianco le bruciava, cercò di muovere un braccio per andare a toccarsi dove era arrivato il colpo, ma ne arrivò un altro.

«Devi stare ferma, troietta»

Vittoria sussultò per il colpo. Le aveva fatto male. Le era piaciuto. Ne voleva ancora.

E ancora ne ebbe. Tre, quattro, cinque frustate. Ogni colpo le faceva più male, perché insisteva sulla parte già dolorante. Ma era un dolore misto a piacere, e un fiotto di desiderio le esplose tra le cosce.

Non sapeva chi l’avesse frustata, non le interessava neppure, si rese conto in quell’istante.

Era in attesa, sperava arrivassero altre frustate, desiderava sentire ancora quella sensazione di bruciore sulla pelle. La mano di lui, invece, prese ad accarezzarle il fianco, come se volesse lenire il dolore inferto poco prima, forse proprio da quella stessa mano.

Vittoria era disorientata da questi atteggiamenti opposti, di violenza e cura, non riusciva proprio a spiegarseli.

I suoi pensieri vennero interrotti dal rumore dei tacchi della donna, che si muoveva per la stanza.

Si irrigidì, comprendendo che andava a prendere un nuovo strumento di tortura per infliggerle altre pene e farle provare nuovi piaceri.

Sentì distintamente il suono di una cerniera che si apriva. Rumore di nastri che scorrevano su fibbiette metalliche, tacchi che tornavano indietro, verso di lei.

Era in preda a una fortissima eccitazione, le sembrava aumentasse ogni volta, e sempre di pari passo alla paura dell’ignoto.

I tacchi si fermarono esattamente accanto a lei.

Una mano si appoggiò accanto alla sua spalla, come per fare leva, e subito dopo qualcuno salì a cavalcioni su di lei. Con le sue gambe nude sentì il contatto con un materiale estremamente liscio, quasi scivoloso e freddo: pensò subito al lattice, una tuta in lattice nera, da vera dominatrice. Vittoria era sicura che fosse la donna. Il peso non era eccessivo, le cosce, per quanto potesse capire, sembravano sottili.

Cosa aveva intenzione di farle?

«Puttanella mia, adesso ti faccio divertire con un attrezzo che mi piace tanto. Se potessi vedere gli occhi di chi ci sta fissando, ti bagneresti ancora di più. Ma per giocare come si deve, togliamo queste».

Quest’ultima frase fu accompagnata da una fitta di dolore per Vittoria: la donna le strappò le mollette dalle grandi labbra, sempre senza tanti complimenti.

Subito dopo Vittoria venne penetrata a fondo e senza alcuna pietà da un oggetto semiduro e molto grosso, che non fece fatica alcuna a entrare, visto quanto era fradicia la donna.

Ora comprese il significato di quei suoni di fibbiette. La donna aveva indossato uno strap-on per poterla penetrare, e lo stava facendo con foga e irruenza, assestando dei colpi molto forti alle reni della donna, che godeva di un piacere senza limiti e emetteva suoni che, nonostante il nastro adesivo sulla bocca, erano inequivocabili. Ogni colpo, un guaito.

La donna, col fiato corto per lo sforzo, si rivolse al regista silenzioso di quella nottata allucinante.

«Sente quanto sta godendo la sua troietta, signore? Venga qui, la prego, venga lei stesso a vedere quanto».

Vittoria riuscì a malapena a sentire i passi di lui che si avvicinavano.

I colpi cessarono, lo strap-on uscì da lei con la stessa forza con cui era entrato e fu sostituito dalle dita dell’uomo, che presero a esplorare quella vagina sempre più gonfia e pronta a esplodere in un altro orgasmo.

Era proprio sulla soglia del culmine del piacere, cominciava a contorcersi, per quanto potesse vista la sua posizione, quando anche le dita uscirono da lei.

Vittoria, se non avesse avuto la bocca tappata, era disposta a implorare di continuare a penetrarla, mancava pochissimo all’orgasmo.

«Non si fa così, ragazza» disse la donna «Non decidi tu quando venire. Guardi come si contorce, signore. Ma dobbiamo giocare ancora un po’ con te. Intanto mi succhierò ben bene le dita che ti hanno penetrato, se lei signore me lo permette. Voglio sentire ancora il sapore di questa troietta»

Vittoria sentì distintamente i mugolii della donna che succhiavano avidamente le dita dell’uomo: era sempre più sconvolta della sua reazione a questa situazione. La paura che la pervadeva sembrava alimentasse la sua eccitazione, come benzina sul fuoco.

Stava procurando piacere a quei due psicopatici che esercitavano il pieno controllo su di lei, ed era orgogliosa di questo.

Mai avrebbe pensato di poter arrivare a provare tanto desiderio in un contesto del genere.

A dire il vero, mai avrebbe pensato di potercisi trovare, in un contesto del genere.

La donna, nel frattempo, era scesa dal tavolaccio e Vittoria registrò di nuovo rumori di corde che scorrevano sul metallo. Che la stessero liberando?

Monache e pescatori

Dopo qualche giorno dall’invio delle lettere d’invito, iniziarono ad arrivare le prime adesioni…. doveva essere speciale quella festa e al monastero c’era fermento! Le suore più avvenenti e intraprendenti si stavano organizzando per rendere indimenticabile quella sera. Ai pescatori era stato chiesto un carico extra di ostriche e crostacei, che Donata e Clara seppero ripagare al meglio… eh beati quei pescatori trastullati dal puro piacere di quelle dolci bocche, capaci di risvegliare gli istinti più oscuri. Flavio, innamorato di Clara non riusciva più a stare a lungo senza vederla, la sua pelle, il suo sguardo e quell’incantevole sorriso erano ormai la sua felicità! Quando la penetrava sentiva ogni centimetro della sua pelle tendersi ed eccitarsi. Avere quella fichetta gocciolante tutta per lui era un sogno, la scopava in ogni posizione ma la sua preferita era a pecorina, così poteva ammirare quel ben di Dio in tutto il suo splendore e con un colpetto della mano schiaffeggiare quelle chiappette. Ahh l’amore…

Il ricevimento però aveva bisogno ancora di qualche oggetto fondamentale, corde e dei falli in vetro, alcuni piccoli, altri più grossi, realizzati grazie a delle conoscenze speciali della Badessa.

Vino, candele, pesce, musica, c’era tutto. Il convento era addobbato meravigliosamente, la luce dei candelabri illuminava il passo e guidava gli ospiti, arrivati con le barche, verso il salone principale dove tutti avrebbero cenato, il suono della musica riempiva l’ambiente e caricava gli animi. Il vino scorreva abbondante e le prime avvisaglie che sarebbe stata una serata divertente arrivarono presto, quando alcuni uomini presero sottobraccio tre consorelle, iniziarono a ballare togliendo loro le vesti, e riportandosele a tavola nude. La cena proseguì rapidamente e riscaldate dall’alcol anche Valeria e Margherita si spogliarono, a questo punto gli uomini presero esempio e lanciarono lontano scarpe e vestiti ingombranti. Più o meno per ognuno c’era una donna, quindi si scelsero usando l’istinto o secondo le abituali frequentazioni. Solo un uomo voleva però una persona speciale e a lui cara, la Badessa! Sapeva che lei sola lo avrebbe reso felice, così andò a cercarla, lei lo riconobbe. Era Severo, molto tempo prima erano stati insieme, prima che le cose cambiassero e Teresa fosse mandata in convento. Lei aveva un portamento sicuro e uno sguardo che incuteva timore, ma Severo lo amava più di ogni altra cosa, si scioglieva davanti a quegli occhi, il cuore batteva forte e le ginocchia tremavano non poco. Teresa dal canto suo da dieci anni non sentiva desiderio per alcuno, ma in quel momento, saranno stati i bicchieri di vino, l’atmosfera della serata o chissà che altro si sentì divampare dal calore trovandosi davanti Severo che la guardava con occhi sognanti. Lo voleva, voleva riprovare quelle sensazioni. Si appartarono e divennero una cosa sola per ore.

Nel frattempo in salone stava capitando di tutto… Filippa si era fatta legare le mani e con gli occhi bendati non sapeva chi la stesse sfiorando, i brividi le correvano sulla schiena e piccole scosse le arrivavano fino alle dita dei piedi, a ogni tocco. Era lì con la sua fichetta bagnata, desiderosa e quell’attesa la faceva impazzire. Ad un tratto dalla sedia su cui era seduta venne spostata a pancia in giù sul tavolo e con un dildo di vetro appositamente fatto fare per quella sera qualcuno iniziò a penetrarla… facendola urlare di piacere, per lenire quei gemiti un uomo le infilo il pene duro e grosso in bocca… così piena ebbe la sensazione di essere su un altro pianeta. La sua pelle era tesa e i capezzoli turgidi. Una delle consorelle si mise sotto di lei per succhiare e strizzare quei seni grossi e duri… l’estasi, l’apoteosi la invasero e venne in un orgasmo che non sapeva potesse raggiungere. Valeria e Margherita avevano rubato uno dei dildo in vetro di piccola dimensione, per stimolare l’afrodisiaco orifizio anale del loro adorato Benedetto. A loro due proprio non poteva resistere e i tre ormai avevano un intesa che sfiorava la perfezione. Quella sera si lasciò andare e trovò grande piacere quando Valeria si prese cura del suo corpo e mentre Margherita si soffocava pur di non mollare il pene gonfio più che mai, grazie a quel piccolo dildo appena appoggiato al suo ano che gli stimolava ogni senso! Prese Margherita e la penetrò con forza mentre Valeria non mollava il dildo da quella posizione, anzi lo lasciava entrare un po’ di più ad ogni spinta. Valeria era bagnata così tanto che non poteva più resistere, si mise a terra in ginocchio a fianco di Margherita e lasciando la pancia a terra inarcò il ventre mettendo davanti alla faccia di Benedetto tutto ciò che poteva. Prontamente lui si accinse a leccare con veemenza quel succo dolce e delizioso. Anche se era già venuto non mollava la posizione, spostò Valeria proprio sopra la faccia di Margherita e insieme, tra qualche spinta con le dita e le loro lingue diedero a Valeria un esplosivo e rumoroso orgasmo. Margherita era in estasi, tutti quei corpi sopra di lei, i liquidi che le correvano sulla pelle, l’odore del sesso che impregnava la stanza…

Ma come sempre, ogni cosa bella ha una fine.. ed era giunta l’ora che gli uomini lasciassero l’isola del monastero per tornare sulla terraferma. Anche se riluttanti all’idea di tornare a casa dovettero adattarsi e partire. Dopo quella sera ci furono non pochi problemi, qualche fidanzata o moglie iniziò a farsi domande e volevano spiegazioni riguardo al pesce che arrivava sempre in minor quantità, per non parlare degli orari strani di pesca e per non dire quanto le ostriche fossero calate di numero, impedendo un buon guadagno dalla vendita del pesce al mercato. Un paio di mogli si organizzarono, travestite da uomini e con una piccola imbarcazione da passeggio seguirono una notte i mariti pescatori, quando videro che il pesce veniva lasciato al convento iniziarono i primi sospetti. Seguendoli altre notti notarono che alcune barche si fermavano al convento ancora prima della battuta di pesca e gli uomini scendevano anche per un’ora o più. Senza dire nulla andarono e avviarono una serie di denunce al vescovo di zona e per le suore del convento iniziarono i primi problemi. Ma scaltre e forti, al primo tentativo di sgombero della struttura reagirono con una potente sassaiola e salvarono la situazione, fino a che non fu inviato l’esercito e le suore furono disperse e allontanate in strutture diverse dove non potevano più essere causa di guai e disonore. Terminò così la vita monacale sull’isola di S. Angelo della polvere, dopo 45 anni di vita dissoluta e selvaggia delle monache residenti, che nel mentre avevano anche messo al mondo figli e amato davvero i loro amanti. Per alcune di loro ci fu anche la possibilità di lasciare la vita monacale ed avere una famiglia a tutti gli effetti!

In ostaggio

Ore 22.00. Finalmente il turno era finito. Vittoria non riusciva proprio ad abituarsi all’ultimo turno. Era anche inverno, era buio e quella sera un nebbione fitto era calato sulla città, tanto che la ragazza temeva di non riuscire a ritrovare la sua macchina nel parcheggio.

Ciliegina sulla torta, poco prima che lei chiudesse la cassa era arrivato un messaggio dalla direzione in cui le si chiedeva di uscire dalla parte posteriore del negozio: quella notte sarebbero cominciati dei lavori sulla strada principale su cui affacciavano le vetrine e il passaggio, persino quello pedonale, era assolutamente vietato.

“Perfetto, così dovrò fare il giro da quel vicolo che mi piace tanto, al buio e con la nebbia! Che altro potrebbe capitarmi stasera?” si era detta Vittoria chiudendo a chiave la porta.

Si tirò su il bavero del cappotto, si strinse bene le braccia intorno al corpo, sia per farsi coraggio che per ripararsi dal freddo, respirò a fondo e si apprestò ad affrontare il vicolo stretto e buio che nemmeno di giorno la rassicurava.

Ogni passo che faceva la avvicinava alla macchina e lei cercava di scacciare dalla sua mente i pensieri cupi che le si affollavano in testa, disattivandoli con i programmi per il fine settimana che avrebbe trascorso con il suo ragazzo.

Lui le aveva detto che aveva organizzato qualcosa di speciale, avrebbero festeggiato il secondo anno insieme.

La sua fantasia volava: una cenetta romantica, magari una fuga altrettanto romantica in una città lì vicino… certo, non le aveva detto di preparare i bagagli, ma, conoscendolo, era capace di presentarsi a casa sua l’indomani mattina e dirle che aveva dieci minuti di tempo per preparare una valigetta.

Era un lato del suo carattere che Vittoria non aveva ancora capito se adorasse o detestasse, forse dipendeva dai giorni in cui capitavano le sorprese!

Era assorta in questi pensieri, quando due figure sbucarono fuori dal nulla e le furono subito addosso. Vittoria non fece in tempo a reagire, né tantomeno a guardarli in faccia, le sembrò di vedere dei cappucci.

Una delle due figure le immobilizzò le braccia da dietro, l’altra le chiuse la bocca con del nastro adesivo e, subito dopo, le fece calare un sacchetto nero in testa. Vittoria si dimenava come un’ossessa, tirando calci all’impazzata.

Le arrivò uno schiaffo in piena faccia e si sentì dire piano all’orecchio, con una voce di donna: «Ora, puttanella, fai la brava e cerca di calmarti. Tu verrai con noi e, se sarai collaborativa, non ti succederà nulla di male. Fai un cenno con la testa se hai capito».

Vittoria trovò la forza per annuire con la testa, amplificando bene i movimenti, temendo che, se a causa del sacchetto in testa non avessero colto il cenno, le sarebbe arrivato un altro schiaffo. La guancia le bruciava terribilmente, voleva a tutti i costi evitare di ripetere l’esperienza.

Il cenno fu colto, quindi la fecero camminare in avanti.

Vittoria aveva tutti i sensi amplificati, cercava di cogliere ogni rumore, ogni odore. Le parve di riconoscere un profumo che conosceva, ma non riuscì a ricordare dove l’avesse già sentito.

Era terrorizzata, tremava da capo a piedi e si rese conto che stava piangendo.

Udì il suono di una apertura di un’auto. E una volta che l’avessero fatta salire in macchina, che ne sarebbe stato di lei?

Le si prospettarono davanti gli scenari più atroci, e nemmeno uno col lieto fine.

Ripensò ai programmi per il suo fine settimana e le sembrarono lontanissimi, come se quei pochi minuti avessero stravolto la sua vita: e probabilmente era proprio così.

La buttarono in macchina senza molti complimenti, come un sacco di patate. Poi qualcuno si sedette accanto a lei, le prese le braccia e le strinse qualcosa di rigido e tagliente attorno ai polsi.

Sembrava plastica dura, forse fascette da elettricista… e da serial killer.

Le tolsero il sacchetto dalla testa e le sembrò di rinascere, almeno riusciva a respirare. Si guardò un attimo intorno, ma l’auto era completamente al buio e, mentre cercava di abituare i suoi occhi all’oscurità, le venne messa una benda sugli occhi, togliendole ogni speranza di cogliere qualche particolare che le permettesse di capire cosa stesse accadendo.

L’auto si mise in moto, Vittoria si sentiva sempre più spaventata e disperata. Nessuno quella sera l’avrebbe cercata, il suo ragazzo era fuori per lavoro e lei, da stupida, aveva detto alle amiche che si sarebbe presa la serata per lei, per prepararsi al weekend romantico.

Le venne in mente che era stato il suo ragazzo a suggerirle l’idea. Quanto si sarebbe sentito in colpa, appena avesse scoperto cosa le era capitato? All’idea di non rivedere più Marco si sentì ancora più disperata e spaventata: avrebbe voluto urlare a squarciagola il suo nome, che lui la sentisse, ovunque fosse, e corresse a salvarla.

Il viaggio in macchina le sembrò interminabile, aveva cercato di cogliere qualche rumore che le permettesse di capire dove si stessero dirigendo, ma l’unica informazione che era riuscita a registrare era che l’ultimo tratto percorso era su una strada sconnessa, probabilmente uno sterrato.

Quindi erano usciti dalla città, forse per quello non aveva sentito alcun rumore.

La macchina si fermò, sentì aprirsi uno sportello, poi una folata di aria fredda la investì, avevano aperto anche quello dalla sua parte.

Venne tirata giù a forza, si sentì come un fantoccio e si scoprì a pensare: “Se non temessi per la mia vita, questa situazione potrebbe persino essere eccitante!”, dandosi subito dopo della pazza ad avere questi pensieri: colpa dello shock, forse? 

Fu trascinata su della ghiaia, forse un sentiero, per pochi metri. La sorreggevano entrambi, era convinta che uno fosse un uomo, sentiva una mano più grande e una stretta più forte sul braccio sinistro.

A un tratto si fermarono, la donna lasciò la presa e la sentì avanzare sulla ghiaia, scendere dei gradini e inserire una chiave in una serratura, dando parecchie mandate.

Le ginocchia le cedettero per la paura, l’uomo la strattonò con vigore, senza dirle una parola.

A questo punto si sentì sollevata di peso, lui se la mise in spalla senza alcuna fatica e avanzarono nel freddo della notte.

Scesero anche loro dei gradini e un odore di umido la investì in pieno: erano in una cantina.

Sarebbe stato il luogo della sua prigionia? Ma perché mai avrebbero dovuto rapirla? Non era ricca di famiglia, di sicuro non potevano sperare in un riscatto.

Il suo cervello non riusciva a fermarsi, pensieri sconnessi si accavallavano senza sosta, mentre ondeggiava sulla spalla del suo rapitore.

Venne scaricata su una superficie appena appena morbida, forse un materassino sottile. Nonostante le mani legate dietro la schiena, Vittoria cercò di tastare la superficie su cui l’avevano posata.

Sentì un tessuto liscio e morbido, con delle impunture: era un materassino, ma non sembrava certo di fortuna: il poco che poté esplorare non presentava buchi o strappi, né sentiva particolare odore di stantio o di muffa.

Le sue dita registrarono il freddo e l’umido che il tessuto aveva assorbito, non era stato messo lì apposta per tenere lei, quindi era un complemento dell’arredo della cantina.

Che razza di posto era mai quello? Sentì la donna parlottare con l’altro.

Non riuscì a cogliere nemmeno una sillaba, il cuore le batteva talmente forte che percepiva solo i battiti nelle sue orecchie, era paralizzata dalla paura.

Avrebbe voluto farsi piccola piccola, sparire dalla loro vista, che si dimenticassero di lei, che se ne tornassero da dove erano venuti.

Invece non accadde, dopo un tempo imprecisato sentì i passi dei due che si avvicinavano e la sollevavano in malo modo.

Si sentì tenere per le braccia dall’uomo che, con un gesto preciso, le tagliò le fascette ai polsi.

Vittoria temeva che non fosse un segnale positivo, ma che la sua situazione sarebbe ulteriormente peggiorata.

Lui non lasciò la presa alle braccia, ma la trascinò per un tratto. Si rese conto di essere senza scarpe, chissà dove le aveva perse e se mai avrebbe potuto indossarne ancora. Sentì il freddo del pavimento attraverso i suoi collant e le sembrò che questo freddo la pervadesse tutta.

La fecero fermare all’improvviso, come se avesse raggiunto una posizione prestabilita. La donna lasciò nuovamente la presa e Vittoria, dopo qualche istante, sentì i tacchi della donna sul pavimento di pietra che si allontanavano di poco e si fermavano subito.

La udì armeggiare con qualcosa, nonostante i suoi sforzi non riuscì a capire cosa potesse essere.

E poi il sangue le si gelò nelle vene: udì distintamente il rumore di corde che scorrevano su una superficie metallica.

Cosa avevano intenzione di farle quei due? Lui le alzò il braccio destro e glielo tenne sollevato. Una corda ruvida le avvolse il polso e poi si sentì tirare ancora di più verso l’alto. Adesso toccava al sinistro.

I suoi piedi, ora, toccavano il pavimento appena appena, giusto con le punte.

Mentre le giravano intorno per appenderla, la benda le calò dagli occhi, il minimo che le permettesse di dare uno sguardo all’ambiente.

Dopo qualche secondo per abituare gli occhi, Vittoria cercò di cogliere più particolari possibili di ciò che la circondava.

Davanti a lei una parete scrostata, l’intonaco era caduto in diversi punti, rivelando delle pietre miste a mattoni. Una finestrella in alto era l’unica apertura oltre alla porta di legno scuro.

La luce proveniva dall’alto, era un neon che aveva passato momenti migliori e ora dava una luce fioca e intermittente, come se si dovesse spegnere da un momento all’altro.

Vide il materassino basso su cui era stata buttata poco prima e, guardando in alto, si rese conto di essere legata con corde di canapa a dei tubi arrugginiti che passavano lungo tutto il soffitto. Alla sua sinistra intravide una larga mensola con sacchetti di varie misure, tutti di seta nera, allineati in ordine.

Cosa potevano contenere? Accanto ai sacchetti c’erano altri oggetti, ma non riuscì a distinguerli. Cercò poi di girarsi verso destra per studiare anche quel lato, ma non fece in tempo: la donna le rivolse di nuovo la parola, stavolta a voce più alta, con un tono sprezzante e beffardo: «Che fai, puttana curiosa, ti guardi in giro? Questo ti costerà caro, sappilo» e arrivò un altro schiaffo.

Vittoria non reagì, non poteva fare nulla, era in balia di quei due. Doveva cercare di portare a casa la pelle, avrebbe obbedito agli ordini di quella donna tremenda, sperando che fosse sufficiente.

Avrebbe voluto toccarsi la guancia indolenzita, si rese conto che era stata più la sorpresa che il dolore dello schiaffo a colpirla.

Avrebbe potuto darglielo molto più forte: non voleva farle troppo male, o voleva mantenerla in vita di più, per torturarla più a lungo?

I suoi pensieri furono interrotti bruscamente. La donna le stringeva il viso con una mano e aveva ricominciato a parlarle:

«Ora ti spiego che succede, troietta. L’uomo che senti alle tue spalle ha deciso che vuole giocare con te, per questo sei qui. Tu fai la brava e vedrai che ti divertirai pure.

Prova a ribellarti e ci divertiremo solo noi. Ora ti preparo per lui. E visto che sei solo una puttana, non sei degna di ascoltare la sua voce.

Lui mi indicherà cosa vuole che io ti faccia. Tu non saprai chi ti fa cosa, sarai il nostro giocattolo per tutto il tempo in cui vorremo usarti. Fammi un cenno con la testa se hai capito».

Vittoria annuì col capo e, prima che potesse rendersi conto di cosa le spesse capitando, sentì strappare dalla bocca il nastro adesivo e le labbra della donna sulle sue.

La lingua entrò con prepotenza a cercare la sua, la ragazza si stupì della paura che lasciava spazio all’eccitazione. Rispose al bacio, ma la donna si staccò subito da lei, morsicandole il labbro, lasciandole in bocca il sapore del suo sangue e ritappandole subito la bocca col nastro adesivo.

Chi poteva essere quell’uomo che voleva giocare con lei? La sua mente vagava impazzita, come una pallina in un flipper. Cosa aveva intenzione di farle? E come avrebbe fatto a comunicare con quella stronza senza parlare?

L’ultimo pensiero che le si presentò alla mente la stupì molto: chissà se il bacio tra loro due lo aveva fatto eccitare, e se glielo aveva ordinato lui, di baciarla in modo così passionale.

Vittoria non si capacitava di quello che le stava accadendo: si stava eccitando anche lei, nonostante si trovasse in una situazione di estremo pericolo, o forse era la situazione stessa che la eccitava?

Certo, era una sua fantasia, di cui era riuscita a parlare a Marco non molto tempo prima, quando avevano raggiunto il giusto livello di complicità,  ma addirittura eccitarsi le pareva un po’ eccessivo.

In quell’istante sentì due mani che le prendevano la camicetta e gliela strappavano, facendole saltare tutti i bottoni. I capezzoli le si indurirono all’improvviso, e non solo per il freddo.

La gonna le fu sfilata con un movimento rude, senza alcuna cura. Ora era in reggiseno, mutandine e collant. Si sentiva ancora più indifesa, il freddo penetrava sempre più in profondo, le braccia cominciavano a darle fastidio e faticava a stare in piedi sulle punte.

Un oggetto freddo e sottile posato tra i seni la riscosse: udì il rumore delle lame che tagliavano il suo reggiseno. Smise di respirare e rimase immobile, in attesa del passo successivo.

I collant le vennero strappati senza pietà e rimase solo con addosso le sue mutandine. Sentì la lama delle forbici percorrere il suo addome e fermarsi sul pube. All’altezza del monte di Venere la lama si aprì e tagliò.

Un altro taglio sul fianco e gli slip caddero a terra.

Un brivido percorse il corpo di Vittoria. E ora che sarebbe successo?

Continua…

Agenzia per cuori solitari

Dopo l’ultimo fallimentare appuntamento, Ilaria telefonò a Lorena, con un diavolo per capello. Lei la lasciò sfogare per qualche minuto, poi, appena riuscì a interrompere l’amica, le disse:
«Forse, tesoro, devi cambiare il tuo terreno di caccia. Basta social, basta Tinder, lì trovi solo storie da una botta e via».

Ilaria non poteva darle torto, i suoi ultimi appuntamenti erano stati uno peggio dell’altro.
Si rese conto che Lorena aveva ricominciato a parlare.

«Pensa che l’altro giorno ho visto la pubblicità di un’agenzia…»
«Che agenzia? Matrimoniale?» la interruppe Ilaria sghignazzando.
«Beh, non si chiamano più così, ma la sostanza è quella»

Ilaria non credeva alle sue orecchie: «Spero tu stia scherzando, Lorena. Sono messa così male da non riuscire a trovarmi un uomo da sola?»
«Non ho detto questo. Vero è che gli ultimi che hai raccattato non si sarebbero certo potuti candidare al concorso di “Uomo affidabile dell’anno”. Vedila così: se un uomo investe del denaro in una ricerca del genere, di sicuro non è a caccia di storie di letto e basta. Vuole una relazione seria e duratura. Poi tu puoi parlare chiaro con l’agenzia sulle caratteristiche del tuo uomo ideale. E non ultimo, qui sei sicura che non trovi uomini sposati».
«Sì, in effetti su questo punto hai ragione: stavo diventando una specialista in quello. Mi sembra triste, però, poco romantico. E non sarà certo a buon mercato». «Ti propongo un compromesso. Vai a sentire che tipo di servizio ti offrono e a che prezzo, senza impegno. Poi decidi con calma. Ti accompagno io, se vuoi.»

Ilaria prese in considerazione i pro e i contro di quella proposta, ma sentiva già la curiosità che stava salendo in lei.
«Certo che mi accompagni, mi sembra il minimo! Facciamo anche questo tentativo, forza. Meglio rimorsi che rimpianti, diceva sempre mia nonna, e credo avesse ragione».

Se c’era un aspetto di Ilaria che piaceva a Lorena, era il suo buttarsi a capofitto nelle nuove esperienze, con vivacità e curiosità, riuscendo a trovare qualcosa di positivo in ciascuna di esse, per quanto negative potessero essere.

Quindi si attivarono all’istante e in poco tempo ottennero un appuntamento in agenzia per il martedì successivo.

Ilaria era curiosissima e anche molto felice di avere Lorena accanto a lei.

Si preparò con cura, immaginava le avrebbero scattato una foto da mostrare ai suoi pretendenti, e non vedeva l’ora di vedere delle foto anche lei.
L’agenzia si trovava non lontano da casa sua, in uno stabile decoroso, in pieno stile anni ’80, con parecchi uffici, a giudicare dai nomi sul citofono.
Le accolse una ragazza molto cordiale e affabile, che mise le due a loro agio, anche se in generale non era difficile per loro, che facevano in fretta a entrare in confidenza con le persone e a guadagnarsi le simpatie altrui.
Vennero fatte accomodare in un ufficio che deluse molto Ilaria: si aspettava tutto l’arredamento sulle nuances del rosa, dalla moquette al divanetto, quel rosa che ti procura delle immediate carie, da tanto è confettoso.
Invece si trattava di uno studio molto professionale e serio, che poteva essere di un commercialista o di un avvocato, tutti sui toni del nero e del marrone. Alle due amiche sembrò di essere state catapultate indietro di qualche decennio: nemmeno un pc, né una stampante, niente di tecnologico, insomma.
Sulla scrivania c’era un raccoglitore di cartoncino rosso (rosso cupo, certo non rosso acceso, troppo vivace!) da cui spuntavano dei moduli da compilare: niente cervellone elettronico, quindi, che avrebbe inserito i dati ed elaborato un algoritmo corrispondente al suo principe azzurro… peccato!

Ilaria era sempre più delusa, ma aveva deciso che avrebbe mantenuto un atteggiamento positivo, quindi si preparò al colloquio senza pregiudizi o chiusure.
La procedura si rivelò una bella chiacchierata con Lucia, la psicologa dell’agenzia, che prendeva nota di ciò che diceva Ilaria e che aggiungeva Lorena, soprattutto sulle caratteristiche del suo uomo ideale.
Quelle fisiche si limitarono a una: alto!
Per Ilaria era un aspetto fondamentale; trovava irresistibile doversi alzare sulle punte per baciare il suo uomo e altrettanto irresistibile perdersi in un abbraccio con un uomo alto: le trasmetteva un profondo senso di sicurezza.
Le altre caratteristiche erano più articolate.
Ilaria cercava un uomo colto, vivace, spiritoso, che la stimolasse, le tenesse testa,  e, soprattutto, riuscisse a tenere il passo con lei e con il suo frenetico ritmo di vita. Lucia continuava a prendere appunti e ad annuire.
Ilaria sperò che quel gesto stesse a significare che ci fosse una pletora di iscritti al servizio che possedevano tutte quelle caratteristiche e che, soprattutto, smaniavano di avere un appuntamento con lei.
Lucia le disse che c’erano molti iscritti al servizio, più uomini che donne, a dire il vero, e che, se si fosse iscritta, loro avrebbero cominciato a cercare tra i vari candidati quelli che più si avvicinavano al tipo di uomo che stava cercando. Non avrebbe visto alcuna foto, non era una procedura della loro agenzia. Loro le avrebbero sottoposto dei contatti e, se lei fosse stata interessata, li avrebbero messi in contatto.
Arrivarono poi al nodo spinoso del costo del servizio, Ilaria davvero non sapeva cosa aspettarsi, ma la cifra che Lucia le prospettò per un anno di abbonamento non era poi così proibitiva.

Lei e Lorena si guardarono per un attimo, l’amica aveva dipinta sul volto un’espressione ottimista e fiduciosa, che diede a Ilaria l’ultima spintarella che le occorreva per buttarsi in questa nuova avventura.

Espletarono le formalità burocratiche e nel frattempo Ilaria pensava che avrebbe avuto un sacco di primi appuntamenti in cui sfoggiare le sue innumerevoli scarpe col tacco.

E ora dopo otto mesi da quel martedì pomeriggio, era giunto il momento di un bilancio di una serie di primi appuntamenti, che evidentemente non erano sfociati in un secondo appuntamento.

Ilaria stappò una bottiglia di prosecco ghiacciato e riempì due bicchieri, senza alcol lei e Lorena non sarebbero riuscite ad affrontare un’operazione del genere, e si accinsero a passare in rassegna, o meglio sotto le forche caudine, i casi disperati che le erano capitati.

«Ilaria, se penso che ti ci ho messo io in questa situazione…»
L’amica la guardò con affetto e ridacchiando le rispose: «Non ti preoccupare Lorena, in fondo mi sono divertita e poi devi guardare i lati positivi della questione. E nota che ho usato il plurale».
«In effetti l’ho notato. Sei davvero la persona più ottimista che io conosca. Solo tu potevi trovare non uno, ma più lati positivi in otto mesi di disastrosi appuntamenti! Ora però sono curiosa di sapere quali siano».

Ilaria bevve un po’ di vino e disse: «Ah no, i lati positivi a fine rassegna e, mi auguro, a fine bottiglia! Dobbiamo essere belle alticce per quelli».

«Bando agli indugi, allora! Voglio la carrellata completa di tutti i tuoi improponibili primi appuntamenti, in ordine cronologico, mi raccomando».

«Giusto, non vorrei te ne fossi perso qualcuno!»

Ilaria riempì di nuovo i bicchieri, assunse un atteggiamento teatrale, bevve un generoso sorso di vino, poi cominciò la rassegna.

«Signore e signori, iniziamo dal maleducato pentito. Appuntamento in piazza alle 19, un acquazzone pazzesco, io avevo deciso che, per farmi riconoscere, avrei avuto in mano un libro: mi sembrava molto romantico. Lui arriva, è carino, anche se non da togliere il fiato, e ci rifugiamo in un bar sotto i portici a bere un aperitivo. Chiacchierata piacevole, smette di piovere e gli propongo un giretto per il centro. Lui guarda l’orologio e mi dice: “Beh, io a dire il vero ho un appuntamento con gli amici alle 9. Se non ti fa niente ti porterei a casa”. Io incasso con classe, l’indomani chiamo l’agenzia e gliene dico di tutti i colori sulla maleducazione del soggetto».

Lorena intervenne: «Non è lui che ogni tanto ti scrive ancora per chiederti di uscire?»
«Certo, per quello l’ho soprannominato il maleducato… pentito».
«Sì, un maleducato fatto e finito. Però il mio preferito è l’Inquisitore…»
«Ah sì, poesia pura quella. Prima della fine della serata mi aveva detto che ero troppo vecchia per lui e che non sopportava le donne coi tacchi, le sue donne dovevano mettersi solo ballerine. Però mentre mi portava a casa mi ha proposto una sveltina in un parcheggio… e meno male che non ero il suo tipo!»
Lorena stava ridacchiando di gusto sulle disgrazie amorose dell’amica, ma lei le raccontava con tanta ironia che davvero era impossibile non sghignazzare!
«Poi aspetta… c’è stato il nanetto…»
Lorena la guardò con aria interrogativa: «Il nanetto non me lo ricordo proprio, forse ho rimosso».
«Ma sì, è arrivato all’appuntamento con un macchinone esagerato, poi quando è sceso dalla macchina mi è venuta voglia di controllare se avesse avuto sul sedile l’alza bimbo di sicurezza. Meno male che avevo detto all’agenzia che volevo un uomo alto, lui era più basso di me, anche senza tacchi».
«Certo, adesso mi ricordo! Ma non aveva pure i capelli tinti?» la interruppe Lorena.
«Sì, e io avevo le scarpe talmente alte che ho passato tutta la serata a controllare se avesse o meno qualche segno della ricrescita! Una delle uscite peggiori, decisamente. Lui gentile, per carità, ma io proprio non ce la potevo fare».

Era ora del terzo bicchiere, che spazzasse via i ricordi di quelle brutte serate.

Ilaria, in un momento di silenzio, scoppiò a ridere da sola.
«Dai, chi ti è venuto in mente? Racconta» colse al volo l’amica.
«L’uomo dei tic! Serata allucinante, lui aveva questi tic evidentissimi che non riusciva a evitare di ripetere continuamente. Si toccava il petto, poi il polso, poi alzava le spalle. Io mi stavo agitando tantissimo, mi sono fatta accompagnare a casa più in fretta possibile e, una volta a letto, ho preso in mano il cellulare e ho scoperto che, probabilmente, mi aveva pure bloccato. Come se avessi avuto una qualche intenzione di contattarlo di nuovo… mi sono dovuta prendere uno ansiolitico per dormire!»

«Ma con qualcuno sei riuscita ad arrivare al secondo appuntamento?»

Ilaria ci pensò un attimo e poi rispose: «Certo, con uno sono uscita due volte. La prima mi era sembrato carino e abbastanza interessante, anche se spesso parlava in dialetto e io gli dovevo chiedere di tradurre. La seconda sera non avevamo già più nulla da dirci, quindi abbiamo convenuto che forse era meglio chiudere lì. Lui è stato carino, però, non posso farlo a fettine, uffa».

«Anche perché, se non ricordo male, eri in centro con lui quando hai incontrato il tuo ex con un’altra, e si è dimostrato all’altezza».
«È vero, quasi me lo scordavo! Prima mi ha chiesto se avessi voluto andare a salutarlo, poi quando ha visto la mia faccia, mi ha detto: “Allora ti prendo a braccetto e li superiamo, così lo facciamo morire di gelosia!” e io quella sera avevo su un vestito che mi faceva un culo da favola… che soddisfazione!»

Rimasero un attimo in silenzio a finire il loro vino, ripensando alle chiacchiere della serata.
Lorena a un certo punto si riscosse: «Guarda che non mi sono dimenticata la tua promessa. Mi devi svelare i lati positivi della situazione in cui ti ho cacciato».
Ilaria prese in mano la bottiglia e vide che mancava proprio poco per finirla. Divise il rimanente vino nei due bicchieri, si schiarì la voce e disse:

«Giusto, ogni promessa è debito. Ora la mia saggezza ti stupirà. Punto primo: ho scroccato svariati aperitivi e cenette, sfoggiando le mie bellissime scarpe e comprandomene pure di nuove in qualche occasione. Punto secondo: stasera mi sono divertita un mondo a fare a fettine insieme a te i maschietti che mi sono capitati tra le grinfie e non sono sopravvissuti. Punto terzo: mancano ancora quattro mesi alla fine dell’abbonamento, chissà che non possa essere fortunata sul finale. Punto quarto, fondamentale: una volta tanto posso prendermela con qualcuno che non sia io stessa per la scelta del candidato».

E la serata si concluse con una sonora risata di tutte e due le amiche, che si abbracciarono forte, sempre più convinte che i fidanzati e i mariti arrivano e se ne vanno, ma le amiche, quelle vere, rimangono accanto a te per sempre.

#distantimauniti3

Sei qui, sei tornato e finalmente possiamo organizzarci per vederci! Dopo più di un anno che ci conosciamo ormai, ho ben chiare le tue esigenze famigliari e i tuoi No… quindi prendo in affitto un monolocale poco distante da casa tua.

È settembre, è domenica e non lavoro, possiamo concederci un’improvvisata e, visto che entrambi siamo liberi, arrivo da te con un giorno d’anticipo. Come descrivere un’emozione così… rivedersi dopo più di tre mesi. Tremo e il cuore batte fortissimo, per tutto il tempo che sono in auto sorrido e cerco di immaginare come sarà… parcheggio… corro su per le scale e non vedo l’ora di stare tra le tue braccia. Apri il portoncino e boom.. quei tre mesi sono spariti in un secondo. Appoggio la sacca e sono lì con te di nuovo, non mi sembra vero.

I tuoi occhi azzurri, i tuoi capelli ricci e profumati, la tua pelle abbronzata e liscia, che meraviglia. Ci guardiamo, annusiamo, baciamo e senza quasi parlare siamo nudi di tutto, dei vestiti e di quegli strati che indossiamo quando siamo con gli altri. Soli e nudi con i nostri desideri da esprimere… finalmente le nostre mani si sfiorano, il cuore sussulta e possiamo avvinghiarci l’uno all’altra. I baci, quei baci che ho tanto desiderato in questi mesi, sono di nuovo miei… posso leccarti le labbra, succhiartele e mordicchiarle, mentre ci esploriamo con le nostre lingue. Infilo le mie dita in mezzo a quel turbinio per farti aprire la bocca e riempirti con la mia saliva…. tremi e gemi di piacere… io sono bagnata e ti desidero. Senza troppi convenevoli, ti spingi dentro di me e ti muovi con vigore, poi ti fermi e trascinandomi sul bordo del letto, metti la testa tra le mie gambe, con la lingua morbida e delicata stimoli il mio piacere, ti muovi sul mio clitoride facendolo gonfiare, sono così bagnata che puoi infilare le dita dove vuoi e te lo lascio fare, così senza freni e inibizioni posso inondarti la bocca con un orgasmo e squirt che ti fanno godere e tremare. Con la bocca piena di me mi baci e lasci colare tutto sulla mia faccia. Ti giro e mi metto sopra di te, voglio morderti, ne ho bisogno, sto impazzendo. Mi siedo sul tuo pene gonfio, sentirti dentro di me mi riempie e soddisfa, mentre ti ho dentro gioco con i tuoi capezzoli dritti e turgidi per poi morderti e farti urlare. Quanto amo i tuoi gemiti, allungo una mano alla tua bocca riempiendo bene le dita di saliva, con le dita colme ti accarezzo le palle fino a stimolare il tuo culetto, mi spingo un po’ dentro di te e credi di impazzire. Mi muovo su e giù sul tuo pene che sembra voglia esplodere mentre con le dita sono dentro di te, vieni in un orgasmo traboccante, entrambi tremanti e ansimanti restiamo lì ad ascoltare i nostri corpi, i nostri respiri, i battiti che esplodono nel petto.

Sotto l’acqua della doccia ci coccoliamo, lavandoci a vicenda, i nostri occhi non smettono di cercarsi, chiacchieriamo. Puliti e profumati torniamo a letto e finalmente dopo tanta attesa, posso accoccolarmi nuda tra le tue braccia.

È mattina e il primo a svegliarsi è lui… con un erezione diritta e sicura. Stando abbracciati a cucchiaio, puoi dolcemente svegliarmi infilandoti dentro di me… mentre mi baci la schiena. Sai quanto amo svegliarci così, ma stiamo poco in quella posizione, voglio farti impazzire, voglio essere io a stare dentro di te. Invertendoci i ruoli, ti metto a pancia in giù, e alzando il bacino mi lasci accesso al tuo dolce culetto, giocandoci piano lo bagno con tanta saliva e le mie dita entrano ad esplorarti, con l’altra mano masturbandoti sento quanto il tuo pene si gonfi ad ogni colpo che ti infliggo. sentirti godere, tremando mi fa bagnare all’inverosimile, voglio averti nella mia bocca, ho bisogno del tuo sapore sulle mie labbra… mi sdraio sotto di te, per succhiartelo mentre con le dita resto lì dentro di te, vieni riempiendomi la bocca, con un orgasmo che ti lascia senza fiato. Poco dopo scendi a prenderti cura di me, sono fradicia, poter fare con te tutto ciò che voglio toglie ogni barriera. Mi fai scoppiare il clitoride fino ad esplodere in un orgasmo che mi fa urlare e strizzare le dita sulle lenzuola. Suona la sveglia, non abbiamo molto tempo… la giornata ha inizio e i tuoi impegni chiamano!

Quella sera, possiamo stare insieme ancora, mi raggiungi, ti sdrai accanto a me sul letto e mentre parliamo tra un bacio e l’altro ti spoglio. Mi piace la tua pelle, il tuo profumo e i brividi che sento standoti vicina, sono ormai una droga. Ti bacio, piano e leccandoti le labbra infilo la lingua per sfiorare la tua, sputo nella tua bocca e tremi di desiderio, sono sopra di te e ho voglia di vedere i segni dei miei denti sul tuo petto, mordendoti i capezzoli vai in estasi. Le tue mani impazienti mi toccano e le dita si infilano dentro di me. Quello che succede al mio corpo e alla mia mente mentre sono con te è inspiegabile… ti mordo, mi avvinghio ed è come se io non voglia farti scappare, la mia pelle brucia per quanto desiderio ho di te… in ogni modo, senza paura. Fare l’amore con te è tutto, è perfetto e non ti cambierei per null’altro… per quante difficoltà ci siano sceglierei sempre te. Per come ci completiamo e per come mi sento. Qualcosa però dentro di te ha fermato il tempo di noi due, e senza spiegazioni quella è stata l’ultima volta che abbiamo condiviso lo stesso letto. Ci sono stati momenti in cui mi sono chiesta come sarebbe stato se…

Però poi smetto di farmi domande e mi godo il bellissimo ricordo della tua presenza nella mia vita, di quanto mi hai fatto bene, facendomi scoprire tante cose di me, e di cui farò sempre tesoro! L’amore non finisce solo perché non si sta insieme… ❤️

Una vista mozzafiato

«Stamattina metti il tuo vestitino verde, quello a pois, da brava ragazza. Ma andrai a lavorare col plug inserito, voglio che mi dimostri che sei la mia cattiva ragazza. E niente reggiseno, mi raccomando».

Camilla trovò il messaggio appena sveglia. Non rimase stupita, ogni tanto le arrivavano queste richieste da Giancarlo e la eccitavano da morire. Quando lui esercitava questo tipo di controllo su di lei, la donna andava letteralmente in estasi.

Diversamente dal solito, non si rotolò nel letto per minuti interminabili lamentandosi del fatto di non potersi permettere un maggiordomo che le portasse la colazione a letto, ma si alzò subito e corse sotto la doccia. Lui avrebbe voluto le foto a riprova del fatto che avesse rispettato i suoi ordini, e lei aveva tutte le intenzioni di essere bellissima, anche se solo in foto: abitavano lontani, per loro era complicato vedersi.

Non c’era bisogno che le ordinasse che scarpe indossare, aveva i suoi sandali neri col tacco altissimo che creavano un magnifico contrasto col vestitino verde, da brava ragazza, appunto.

I suoi sforzi mattutini sortirono l’effetto voluto, arrivò subito il messaggio di Giancarlo: «Bellissima e obbediente. Mi piace da impazzire quando soddisfi i miei desideri».

Camilla ridacchiò soddisfatta, sapendo benissimo quanto lui si divertisse anche se lei faceva i capricci e si impuntava con i suoi no… che prima o poi diventavano sempre e tutti dei sì.

Uscì di casa tutta contenta, pronta ad affrontare la giornata, che sarebbe stata piena di impegni, ma che lei avrebbe gestito con la sua solita leggerezza e allegria.

Viveva e lavorava in centro a Roma e aveva la fortuna di poter raggiungere a piedi il suo ufficio, che si trovava in Largo di Torre Argentina. Ogni mattina, quando il tempo lo permetteva, prendeva un caffè da asporto e andava a sorseggiarlo davanti all’area archeologica in mezzo al piazzale, divertendosi a seguire gli innumerevoli gatti che si muovevano tra le rovine, come se fossero le anime degli antichi romani: le piaceva pensare che fosse realmente così.

Quella mattina il sole splendeva, non si vedeva una nuvola, quindi ripeté il suo rito, come se fosse di buon auspicio.

La mattinata in ufficio si svolse in tutta tranquillità, Camilla ogni tanto sentiva la tensione provocata dal plug e provava un misto di piacere e delusione. Il piacere di sapere che stava esaudendo un desiderio di Giancarlo, e la delusione che lui non potesse essere lì, a vedere quanto piacere le procurasse e a premiarla per la sua obbedienza.

Non vedeva l’ora che arrivasse l’ora di pranzo, soprattutto perché avrebbe avuto il pomeriggio libero. Non aveva grandi programmi, se non quello di oziare sul suo terrazzino, con le gambe per aria e un bel libro da leggere.

Uscì finalmente dall’ufficio per andare a pranzo e capì che i suoi programmi erano destinati a saltare. Lui era lì fuori che la aspettava. Il cuore quasi perse un colpo per la sorpresa e la felicità: era l’ultima persona che si aspettava di vedere lì.

Non attraversò subito la strada, anche se avrebbe voluto correre a gettarsi tra le sue braccia.

Rimase lì, a godersi per un momento quel gioco di sguardi tra loro. Gli occhi di lui le dicevano quanto fosse bella per lui, lì, in quel momento, e quanto fosse soddisfatto di averle fatto quella visita del tutto inaspettata. E la invitavano a correre verso di lui, perché la voglia di Camilla di precipitarsi tra le sue braccia non era certo inferiore a quella di Giancarlo di stringerla forte a sé.

Camilla attraversò la strada e si sciolse in quell’abbraccio, seguito a un bacio appassionato.

Quando finalmente le loro labbra riuscirono a staccarsi, lui le sollevò il mento con una mano e le disse: «Sapevo che avevi il pomeriggio libero, non volevo rischiare che, sul tuo terrazzino al sole, si scottasse questa pelle bianca che mi piace così tanto».

«Beh, il rischio c’era, effettivamente. Diciamo che il mio pomeriggio libero ora è diventato molto più interessante. Comunque sei tremendo, non avevo capito che i tuoi ordini di questa mattina avessero questo obiettivo…»

«Non volevo rovinarti la sorpresa, pensa che avevo organizzato tutto da giorni, appena mi avevi detto del tuo pomeriggio di libertà, e stavo impazzendo dalla voglia di dirtelo».

«Io stavo impazzendo dalla voglia di vederti, quindi direi che siamo pari…»

Detto ciò, riprese a baciarlo, evitando che lui potesse ribattere: che bel modo di zittire le persone!

Quando Giancarlo aveva detto che aveva organizzato tutto, intendeva proprio tutto, nei minimi dettagli. Aveva prenotato un tavolo all’aperto in un ristorante di Trastevere. Ci andarono in macchina e, quando Camilla propose i mezzi pubblici, lui rispose con un criptico: «No, andiamo con la macchina, dopo ti devo portare in un posto».

Appena saliti in macchina, lui si sporse verso di lei, le sollevò il vestito e le disse: «Controlliamo la tua obbedienza…»

E le sue mani si mossero sicure tra le cosce di Camilla, esplorando con cura e senza fretta la posizione del plug e la voglia che lei aveva di lui…

Lei trasalì quando lui la penetrò con le dita, con forza e decisione.

Avvicinò le labbra al suo orecchio e le sussurrò: «Senti com’è bagnata la mia brava troietta…»

Poi estrasse le dita, deludendo Camilla, che avrebbe voluto che lui continuasse, e gliele mise in bocca: «Da brava, puliscile bene».

Camilla succhiò avidamente quelle dita, anche se avrebbe voluto sentire in bocca qualcosa di più, si consolò comunque pensando che prima o poi, nel corso del pomeriggio, avrebbe avuto la sua ricompensa…Se l’era meritata, lui le aveva detto che era stata brava, la sua brava troietta.

Arrivarono al ristorante, Camilla non aveva alcuna voglia di mangiare, se fosse stato per lei avrebbe portato Giancarlo a casa sua e avrebbero passato il resto della giornata a fare sesso, ma sapeva che non aveva voce in capitolo, e che lui si divertiva a tenere in sospeso il raggiungimento del suo piacere. Quindi decise di godersi quei momenti senza cercare di indovinare ciò che lui avesse in mente, era comunque troppo complesso cercare di scandagliare i pensieri di quell’uomo.

Inoltre, il tempo in sua compagnia era sempre interessante, qualsiasi cosa facessero: era molto colto, potevano parlare di tutto e aveva sempre una visione particolare, mai banale della realtà che li circondava.

Il pranzo fu molto piacevole, anche se la tensione erotica tra loro era palpabile. Ogni tanto lui le accarezzava il braccio, quasi distrattamente, ma a Camilla sembrava di ricevere una piccola scossa elettrica. Quando arrivarono i loro caffè la donna si rese conto che era come se avesse trascorso tutto il tempo del pranzo in apnea, in attesa di respirare.

Stare con lui era ormai come respirare, era vitale, indispensabile. E i giorni senza lui rotolavano via in attesa di quando avrebbero potuto vedersi, toccarsi, sondare i loro limiti per spingersi sempre più lontano, esplorando quanto profondo fosse il legame che li univa.

Senza dire una parola lui si alzò e rimase in attesa che lei facesse altrettanto. Lei lo guardò per un attimo, dal basso, con i suoi occhioni imploranti. Giancarlo adorava quello sguardo. Era carico di aspettative, pretendeva attenzioni, cercava di indovinare cosa lui avesse in serbo per lei, si affidava completamente al suo controllo.

Le prese la mano, la fece alzare e uscirono dal ristorante.

Una volta saliti in macchina, cominciarono a parlare del più e del meno, mentre uscivano dalla città, sulla Appia Antica. Camilla cercava di indovinare dove volesse portarla, pensava che sarebbero andati a casa sua, ma evidentemente lui aveva altri programmi.

Arrivarono di fronte al Mausoleo di Cecilia Metella, che in quel periodo era chiuso per restauri. L’area era deserta, raggiunsero un parcheggio di un ristorante, che avrebbe aperto solo quella sera, ormai.

Spense la macchina e le disse di scendere.

Si avviarono lungo una stradina sterrata costeggiata da filari di cipressi, Camilla doveva rimanere concentrata per non cadere: il terreno sconnesso da percorrere coi tacchi era una sfida molto ardua.

Giancarlo se ne accorse e le cinse la vita con un braccio, per sostenerla.

«Ho trovato questo angolino per caso, l’ultima volta che sono venuto a Roma, mi ero perso e mi sono trovato qui davanti. Quando l’ho visto, mi si è formata nella mente un’immagine di te, qui insieme a me. Non riuscivo a pensare ad altro, e finalmente posso realizzare questa fantasia».

In quel momento il luogo di cui le stava parlando fu davanti ai suoi occhi, e appena lo vide fu certa che fosse quello.

Era seminascosto dalla vegetazione incolta, si scorgeva un muro di pietra diroccato, un’unica parete in alzato, e molti detriti tutti intorno. Sulla parete una grande apertura, fino a terra, chiusa da una grata in ferro che permetteva alla vista di spaziare tra lo stupendo panorama della campagna romana.

Lui la prese per mano e, piano piano per via delle calzature del tutto inadatte, arrivarono alla parete.

Quando si furono sincerati della stabilità di Camilla sul terreno impervio, lui cominciò a baciarla con passione, mentre la spingeva contro la grata.

La donna sentì il freddo del metallo contro il suo corpo, attraverso il vestito leggero, ma nello stesso tempo sentiva un gran caldo provenirle da dentro, la voglia di essere sua e di dimostrargli quanto lo fosse bruciava in lei. Sentiva le sue mani dappertutto, sulle spalle, sul collo, lungo la schiena, tra le cosce. A un certo punto cominciò a sollevarle il vestito e a stringere con forza le sue natiche, mentre il suo membro in erezione spingeva contro di lei. Le si insinuò tra le natiche e le spostò leggermente il plug, avanti e indietro, facendola vibrare di piacere. Le mani di Camilla si avvicinarono alla cintura dei pantaloni, voleva toccarlo, voleva sentire quanta voglia avesse di lei. Lui si fermò e la bloccò.

La guardò con un’aria di rimprovero che lei non riuscì a comprendere quanto fosse reale e le disse, in tono severo: «Chi ti ha dato il permesso di muoverti, signorina?»

Non le lasciò nemmeno il tempo di ribattere che le aveva già preso le mani e portate sopra la testa, contro la grata. Gliele tenne bloccate con la sinistra, mentre con la destra si sfilava la cinta dei pantaloni.

Camilla capì quello che voleva fare e cominciò a tremare per l’emozione e il desiderio.

Con un gesto sicuro, chissà quante volte l’aveva ripetuto, le legò le mani alla grata con la cintura, strette, molto strette. Mentre lei già si immaginava con grande eccitazione quanti e quali segni le sarebbero rimasti sui polsi, lui le disse: «Adesso non puoi scappare, sei mia e posso farti tutto ciò che voglio, per tutto il tempo che desidero».

«L’ultima cosa che vorrei è scappare di qui, te lo assicuro. E che io sia tua, lo sai. Anche senza una cinta che mi blocchi le mani».

La baciò con desiderio, come se volesse risucchiare tutto il tempo che avevano trascorso separati, quasi un risarcimento per i baci non dati, gli sguardi non scambiati, i corpi non avvinghiati.

Si staccò da lei, le accarezzò i capelli e la guardò intensamente: «Davvero sei mia?»

«Sì». Rispose lei, semplicemente, rispondendo con uno sguardo di pari intensità.

Giancarlo le prese le mani e gliele spinse con forza contro la grata, ricominciando a baciarla.

Poi le sue mani scesero con una calma estenuante lungo le braccia di Camilla, che fremeva di desiderio. Smaniava per la voglia di lui, voleva che lui la possedesse lì, in quel luogo, con forza e con prepotenza, voleva dimostrargli quanto fosse profondo quel “Sì”.

Le mani ora erano all’altezza dei seni, i capezzoli sporgevano turgidi dal vestito. Li pizzicò con forza, ma i suoi baci soffocarono i gemiti di Camilla.

Le alzò leggermente il vestito, le abbassò le mutandine di pizzo fino alle ginocchia e si allontanò un attimo, come per gustarsi il risultato.

Tirò fuori il cellulare e le scattò una foto.

«Sei bellissima, anche meglio della fantasia che avevo in testa»

Camilla era fradicia di piacere, non si era mai trovata in una situazione del genere, chiunque sarebbe potuto passare di lì e scoprirli. Questa eventualità la eccitava ancora di più, si stupì a pensare: quell’uomo la spingeva a superare i suoi limiti e a provare sempre maggiore piacere.

Nel frattempo lui si era avvicinato e chinatosi davanti a lei, aveva iniziato a percorrere il suo ventre con la lingua, fino ad arrivare al suo sesso e indugiando sul suo clitoride. Alternava morsi leggeri e baci voraci, mentre Camilla si dimenava, per quanto la posizione glielo potesse permettere, per il desiderio.

«Ti prego prendimi, ti scongiuro» lo implorò a un certo punto.

Lui si fermò, si alzò e le sussurrò all’orecchio: «Puoi pregarmi quanto vuoi, ma ti prenderò quando e come voglio, capito?»

«Sì, sì, ho capito. Ma mi sembra di impazzire dal desiderio»

«È esattamente quello che voglio. Stai pur certa che ti prenderò, non sai quanto lo voglia. Ogni cosa al momento giusto. Goditi il momento e lascia fare a me».

E riprese a baciarla.

Camilla sentì sulle labbra dell’uomo tutto il sapore del suo piacere, si sentiva fradicia in mezzo alle cosce, credeva che sarebbe venuta da un momento all’altro.

Giancarlo le aprì le gambe, le mutandine fecero resistenza, lui gliele abbassò quanto bastava per lasciarle le cosce aperte, si slacciò i pantaloni ed estrasse il suo membro, aveva un’erezione pazzesca.

Camilla avrebbe voluto sentire con le sue mani e con la sua bocca quanto fosse duro, si dimenò ancora per l’eccitazione.

Lui le strinse le guance con una mano e, con uno sguardo beffardo le disse:

«Non riesci proprio a stare ferma, eh? Ti ci vorrebbe una bella punizione, ma ho troppa voglia di possederti, sto per scoppiare».

Nel dire quelle parole la baciò e poi cominciò a penetrarla con forza.

Sentiva il metallo della grata segnarle le carni, era un piacevolissimo dolore che si rinnovava e aumentava a ogni spinta dentro di lei.

Lui lo sapeva, sapeva quanto fosse eccitante per lei rivedere e risentire i segni che la sua passione le lasciava sulla pelle, e non era meno eccitante per lui.

La prese con sempre maggior forza e prepotenza, Camilla soffocò a stento le urla, sentiva ogni centimetro della sua pelle bruciare per il contatto con la grata e per il piacere che stava provando.

Arrivarono all’orgasmo insieme, un’ondata di piacere che li travolse e spazzò via tutto il tempo che erano stati separati.

Lui rimase per qualche istante dentro di lei, godendosi quella sensazione di profonda intimità e familiarità dei loro corpi. Conoscevano e avevano esplorato ogni frammento del corpo dell’altro, per procurare e procurarsi piacere, ma ogni volta questo piacere aumentava, scendeva più in profondità e aumentava di intensità.

Giancarlo liberò le braccia di Camilla, le sue mani non resistevano più dalla voglia di toccarlo e stringerlo. Lo abbracciò forte, si abbarbicò a lui, non avrebbe mai voluto staccarsi da quell’uomo.

Lui, godendosi quell’abbraccio, le mordicchiò l’orecchio e le sussurrò  due parole che non pensava avrebbe mai pronunciato e che le aprirono una voragine nel cuore:

«Ti amo».

Martini 🍸

Lei era lì, nuda e bagnata, sul letto ancora sfatto. La finestra aperta lasciava entrare una leggera brezza che le accarezzava la pelle e le dava sollievo. Giada quel giorno aveva ripensato a lungo a Simon, l’uomo che riempiva il vialetto di casa con incredibili quadri coloratissimi, diceva di lasciarli lì per farli asciugare meglio, per via dell’esposizione privilegiata a sud… ma Giada sosteneva che fosse solo per metterli in mostra ai vicini sperando di aumentare le vendite! Simon da sempre la incuriosiva, un uomo che non si incontra tutti i giorni. Ma per i molti impegni di entrambi, avere del tempo da passare insieme da buoni vicini, era davvero poco! Simon era spesso via per le mostre d’arte dei suoi quadri e un giorno invitò Giada alla sua prima mostra ufficiale, in una famosa galleria d’arte. Che emozione! Giada si preparò per presentarsi al meglio, voleva fare colpo e aveva voglia di conoscere meglio l’oggetto del desiderio nelle sue fantasie…

Scelse un tubino rosso, che con la sua pelle bianca e i capelli biondi la faceva risaltare in tutta la sua bellezza! Tacchi alti d’obbligo.

Simon dalla piccola finestra del suo bagno poteva scorgere l’interno della camera di Giada, anche se questo era un dettaglio che non le aveva mai rivelato. Appena poteva, si godeva quello spettacolo, che era anche motivo d’ispirazione per i suoi quadri… i colori dei vestiti di Giada erano meravigliosi e il suo portamento, quell’incedere così leggero completavano l’opera!

Ore 20, arrivata puntuale si mise in coda attendendo l’apertura della porta, che conduceva alla mostra.

I quadri di Simon credeva di conoscerli già tutti, ma quando ne adocchiò alcuni, le sembrava di essere dentro al quadro. Sentiva uno strano stato di eccitazione, era come se ci fosse una finestra che la mettesse in mostra davanti a tutti. Da lontano guardava Simon chiacchierare con gli ospiti e avrebbe tanto voluto andare da lui e baciarlo con passione, ma dovette trattenere i suoi istinti. Non era quello il momento.

Giada curiosò ancora un po’ in giro e finalmente raggiunse Simon, complimentandosi con lui per la mostra, poi gli prese la mano e lo portò fuori su un bellissimo balconcino con vista sul fiume.

Simon, stupito e incantato da quella ragazza, si lasciò andare e arrivati al balcone avvinghiò i fianchi di Giada e baciandola appassionatamente la strinse a sé… la sua lingua era morbida e sapeva di fragola, avrebbe voluto mangiarsela! Giada si sentiva bruciare, voleva quell’uomo più di ogni altra cosa, si spostò contro il muro. Simon non perse tempo, sollevato di poco l’abito della ragazza, rapidamente slacciò i jeans e si spinse dentro quel corpo meraviglioso e bagnato. Arroccati così, su quel balconcino con i loro corpi stretti e le lingue che si cercavano, consumarono la loro passione…

Si guardano intensamente, mentre si rendevano presentabili, per tornare nella sala della mostra. Simon doveva salutare gli ultimi ospiti, che erano anche cari amici, scelsero quindi di andare tutti insieme in un bar per sorseggiare un drink. Optarono per il bar proprio sopra la mostra, all’ultimo piano del palazzo. Il piccolo bar dell’hotel offriva una terrazza con vista panoramica sul parco. Simon e Giada non riuscivano a stare staccati. Per dare il via alla serata Giada ordinò un Martini 🍸, era il suo cocktail preferito, semplice ma deciso! Un po’ come lei… Risate e divertimento accompagnarono i cocktail, arrivata al terzo Giada decise di abbandonare la serata e tornò a casa, un po’ a malincuore perché sperava che Simon le proponesse di accompagnarla. Era appena uscita dal palazzo quando lui la raggiunse e sul suo dolce visino tornò il sorriso! Chiamarono un taxi e nel viaggio le loro bocche non riuscivano a stare lontane, le mani di Simon accarezzavano la pelle liscia e delicata di Giada. Le spostò di poco le mutandine, per infilarsi dentro di lei con le dita e tastare quanto fosse bagnata… Giada colava di piacere e fortunatamente il viaggio in taxi durò pochissimo. Entrati in casa di Giada si strapparono i vestiti e si abbandonarono finalmente alla passione e al piacere, Simon voleva sentire il sapore di quella fichetta tutta bagnata e colante per lui, e Giada non vedeva l’ora di avere in bocca il suo membro gonfio e pulsante, si sdraiarono in un 69 da urlo, Simon con la bocca piena di umori dolci e sapidi stava per venire ma cercò di trattenersi. Anche la bocca di Giada sapeva il fatto suo e il pompino che gli stava facendo era da impazzire. Non vedeva l’ora di penetrala e prendendola per le natiche la girò salendole sopra e infilandosi dentro di lei… come stava bene lì, non avrebbe più voluto smettere, le unghie di Giada facevano pressione sulla sua schiena e lui impazziva. Mentre scopavano Giada si sentiva bene e quel pene sembrava fatto apposta per lei, la faceva godere come mai nessuno prima. Vennero in un orgasmo caldo e sudato stando poi abbracciati a lungo. Si addormentarono così.

Dopo poche settimane però Simon dovette partire, non sapeva per quanto, non disse nulla alla povera Giada e sparì senza una spiegazione.

Giada non riusciva a dimenticare quell’uomo, anche dopo tanto tempo senza vederlo gli orgasmi migliori li aveva ripensando a lui… come quella notte sul letto, nuda e bagnata dopo aver sorseggiato tutti quei Martini!

Io so che tu sai che io so

«Qual è la prima fantasia che ti viene in mente ora e che non hai mai realizzato, Matilde?» le chiese a bruciapelo Lorenzo mentre stavano facendo colazione al bar.

Lei rimase con la sua brioche a mezz’aria, sorpresa dalla domanda inaspettata. Non si scompose, ci voleva ben altro, ma si prese del tempo per pensarci.
Uscivano insieme da poco, doveva giocare bene le sue carte. Di fantasie ne aveva da vendere, figuriamoci, ma non voleva correre il rischio di sembrare troppo banale o, al contrario, troppo spudorata.

Sentiva lo sguardo dell’uomo puntato su di lei, in attesa di una risposta.
Posò la tazza con calma, perché aveva anche bevuto un sorso di cappuccio, e rispose: «Beh, la prima fantasia che mi viene in mente, così, su due piedi, è uscire con te e non indossare le mutandine, facendotelo ovviamente sapere in anticipo…»
La sua reazione non si fece attendere: «Cosa fai stasera?»

«Esco con te, senza mutandine, che domande» rispose pronta Matilde, ridacchiando. Finirono la loro colazione, ogni tanto lei alzava lo sguardo e scopriva Lorenzo che la fissava di sottecchi. Alla terza volta non resistette: «Che succede?»

Lui scoppiò a ridere e poi le confessò: «Continuo a pensare a quello che hai detto e, sinceramente, non so come farò a resistere fino a stasera!»
Anche Matilde si unì alla sua risata, mentre in cuor suo si congratulava con sé stessa: tra i milioni di fantasie tra cui avrebbe potuto scegliere, una volta tanto aveva azzeccato!

La giornata trascorse in fretta, ogni tanto Lorenzo le mandava qualche messaggio, la sua eccitazione per la serata si alzava sempre più, anche quella di Matilde non era da meno. Finalmente avrebbe realizzato una sua fantasia e, per giunta, con un uomo che le piaceva parecchio. L’ultimo messaggio che Matilde trovò uscita dalla doccia fu questo: «Quando passo a prenderti devo salire a casa tua, ho una sorpresa per te».
Adorava ricevere le sorprese, adesso però era curiosissima e elaborava le ipotesi più disparate. Arrivò pure a pensare, con terrore, a un anello di fidanzamento, poi si disse: «Stai tranquilla! Vero che lo conosci poco e potrebbe essere uno squilibrato come tanti con cui sei già uscita, ma di sicuro l’anello potrebbe pure dartelo al ristorante!»

Quindi si tranquillizzò e riprese i preparativi per la serata. Aveva scelto di indossare un vestitino nero con un corpetto di pizzo e una generosa scollatura sia davanti che dietro, completato da una gonnellina corta e leggera… Chissà che non ci fosse un colpo di brezza estiva! Si sbizzarrì poi con delle altissime scarpe di un giallo brillante, con la punta aperta, che mettevano in mostra le unghie laccate di rosso.

Lorenzo suonò il citofono proprio mentre Matilde si stava spruzzando il suo immancabile Hypnotique Poison. Gli aprì la porta e lui rimase lì, inebetito a fissarla, come se fosse la prima volta che la vedeva. Dopo qualche istante riuscì a pronunciare una frase, che parve costargli una fatica immensa: «Sei bellissima, Matilde!» e poi le consegnò un pacchettino.
«Vorrei che lo mettessi per me, questa sera. Non sono riuscito a pensare ad altro per tutto il giorno. Una piacevolissima tortura». Lei lo baciò, il rossetto lo avrebbe messo dopo, e prese il regalo. Lo aprì subito, curiosissima. Nel pacchettino c’era un altro sacchetto… a proposito di piacevolissima tortura. Dal sacchettino nero fuoriuscì un piccolo plug in acciaio, con l’impugnatura a forma di cuore, completato da un cristallo trasparente come decoro. Era bellissimo, non vedeva l’ora di utilizzarlo. Non aveva mai provato, ma era sempre pronta a nuove esperienze. Poi non era eccessivamente grosso e lei aveva un buonissimo olio per massaggi che avrebbe lubrificato a dovere la parte.

«Immagino che non ti secchi attendere qui qualche minuto. Vado in bagno a incipriarmi il naso» disse Matilde strizzando l’occhio.
Lorenzo non riuscì a rispondere, che lei era già volata in bagno.

Uscì dopo qualche minuto, con il rossetto rosso sulle labbra e un’espressione soddisfatta sul viso: non servì aggiungere nulla.
La serata partiva con i migliori auspici. Lorenzo aveva scelto un delizioso ristorante sul lago, poco affollato. Si sedettero al tavolo, ordinarono i piatti e, appena il cameriere si allontanò da loro lui le chiese: «Allora, ti piace? Che sensazione ti dà?»
Matilde gli prese la mano e rispose con calma, come per trovare le parole più adatte a esprimere le sensazioni che stava percependo.
«Lo trovo terribilmente eccitante, è come essere in una tensione sessuale costante. Mi intriga il fatto che tu mi abbia chiesto di farlo e io ti abbia obbedito, mi fa sentire tua, mi fa percepire il possesso e mi piace molto. Se poi penso di essere qui in pubblico senza i miei slip, tutte queste sensazioni si amplificano».

Lorenzo emise un profondo respiro: «Non sai quanto sono eccitato io, tesoro. Muoio dalla voglia di sparire sotto al tavolo e tuffarmi tra le tue cosce».
«E invece farai il bravo, ceneremo, poi chissà…» rispose Matilde, cercando di nascondere quanto piacere le avessero procurato quelle parole.
Lui si mostrò positivo: «Beh, meno male che abbiamo ordinato un piatto solo. Non azzardarti a chiedere cosa ci sia di dolce!»
Matilde scoppiò a ridere di gusto: a tutto pensava, quella sera, tranne che al dolce al carrello.

La serata proseguì in tranquillità, tra chiacchiere, buon cibo e ottimo vino. Matilde, quando si alzò dal tavolo, sentì la testa girare: il vino era bello fresco ed era andato giù come se nulla fosse, ma ora lo sentiva. Meglio, i pochi freni inibitori che aveva erano irrimediabilmente annegati nel Lugana.

Lorenzo capì al volo la situazione e le fece scivolare un braccio intorno alla vita mentre uscivano dal ristorante. Si trovavano proprio nel centro del paese, all’interno della cinta muraria medievale, da cui si godeva un panorama mozzafiato. Si incamminarono proprio verso il punto con la vista migliore, una piccola apertura fra due bastioni, che forniva due vantaggi: sembrava di avere tutto il lago ai tuoi piedi, ed era facile nascondersi agli occhi dei passanti.

Matilde aveva intuito le intenzioni di Lorenzo appena aveva scorto il luogo, non fece commenti e si godette la sua eccitazione che aumentava sempre più. La serata estiva era fresca e una brezza leggera le accarezzava la schiena e le muoveva la gonna, insinuandosi tra le sue cosce e procurandole brividi di piacere.

Quasi avesse letto nei suoi pensieri, Lorenzo fece scendere la mano con disinvoltura e le accarezzò le natiche. «Se penso a quel che c’è qui dentro…» le sussurrò all’orecchio, eccitatissimo. Quel sussurro, la vicinanza di quelle labbra al suo lobo le mozzarono il fiato. Non riuscì a trovare una delle sue sagaci risposte, una volta tanto. Quell’uomo la destabilizzava e la cosa le faceva paura.
Ma quella sera non c’era spazio per la paura. Aveva deciso di buttarsi e si sarebbe buttata. Si fermò, si voltò verso di lui e lo baciò con passione.

Se Lorenzo rimase sorpreso da quella reazione, non lo diede certo a vedere, anzi rispose con passione a quel bacio e ne approfittò per far appoggiare Matilde al parapetto della terrazza.

Erano soli, la stagione estiva non era ancora iniziata, difficilmente sarebbe passato qualcuno di lì. Anche se, pensò Matilde, stupita di sé stessa, l’idea che potessero essere colti sul fatto la eccitava ancora di più.

Lorenzo non riusciva a smettere di baciarla, ora le sue mani stavano cercando di infilarsi sotto la gonnellina. Le accarezzò il sedere e quando finalmente ebbe la prova della mancanza delle mutandine emise un profondo sospiro. La pelle di Matilde era appena increspata dalla brezza fresca della sera e dal desiderio di lui.
Le mani dell’uomo vagarono a lungo in zona, quasi che volesse ritardare il più possibile l’arrivo alla meta. Afferrò la maniglietta del plug e, mentre lui la muoveva delicatamente, Matilde gli morsicò le labbra in un istante di intenso piacere.

Lei comprese che lo avrebbe presto supplicato di portarla a nuove esperienze, voleva provare nuove e profonde sensazioni. Lorenzo lasciò il plug al suo posto e spostò le sue dita, affondando nella sua figa fradicia e bollente. Lei spalancò le cosce, era sicura di non perdere l’equilibrio nonostante i tacchi alti, per permettergli di entrare più facilmente.

Tolse le sue dita e se le ficcò in bocca, voleva assaggiarla.
«Sei fantastica, so che mi farai impazzire…» le disse guardandola intensamente.
Lei gli prese le dita, se le mise in bocca e le succhiò avidamente:
«Ne ho tutte le intenzioni, tesoro mio».
Ricominciarono a baciarsi, mentre lei armeggiava disperatamente con i suoi jeans per infilarci dentro le mani. Lui comprese la difficoltà della donna e intervenne, sbottonandosi i pantaloni e ridacchiando con le labbra contro le sue.

Matilde abbassò leggermente gli slip di Lorenzo, quanto bastava per far uscire il suo cazzo che sembrava non aspettasse altro che essere liberato, tanto era gonfio e duro. Si chinò bene, in modo che la gonna si sollevasse e che le sue natiche nude si appoggiassero alla ringhiera, e lo prese in bocca.

Lorenzo emise un profondo sospiro, percorse la sua schiena con le sue mani e le accarezzò il sedere, alzando ancora di più la gonna e ringraziando i suoi antenati per avergli trasmesso un’altezza di tutto rispetto con delle braccia abbastanza lunghe per arrivare a quello splendido culo, sodo e rotondo.

Poi le mise le mani in vita e le diede il ritmo per muoversi avanti e indietro con la bocca sul suo membro. I suoi pompini lo facevano impazzire, capiva che lei godeva immensamente nel succhiarlo e nel procurargli piacere. Doveva stare attento a non perdere il controllo, rischiava di venire subito, invece voleva divertirsi ancora un bel po’ con quella femmina spudorata e senza freni, fantastica.

Si allontanò da lei, la fece alzare, la baciò appassionatamente.
Le allargò le cosce spostando i piedi con un leggero tocco dei suoi, era come se lei non aspettasse altro. Lo desiderava intensamente, voleva sentirlo tutto dentro di lei. Lorenzo piegò leggermente le ginocchia e cominciò a scoparla. Era fradicia, sentiva i suoi umori colare sul suo cazzo, già umido per il suo succhiare. Sarebbe potuto andare avanti a scoparla per tutta la notte. Lei aveva stretto le sue braccia intorno al suo torace e aveva arrotolato una gamba sulla sua. Avrebbe tanto voluto fare una fotografia, era sensuale come non mai, sapeva comunque che i singoli fotogrammi di quella serata sarebbero rimasti impressi nella sua memoria.

Ogni sua spinta dentro di lei era accolta da un gemito sempre più forte, Lorenzo comprese che non era lontana dal raggiungere l’orgasmo, e decise che poteva lasciarsi andare, per raggiungerlo insieme.
Lei gli morse con forza il collo per evitare di urlare e si abbandonò al piacere estremo, e lui la accompagnò con un piacere altrettanto intenso.

Rimasero abbracciati per qualche minuto, non c’era bisogno di parole, anzi qualsiasi parola avrebbe sminuito quel momento che stavano vivendo.
Lorenzo le prese il viso tra le mani e la baciò con tenerezza.

Proprio in quel momento passarono due anziani, a braccetto.
Matilde incrociò i loro sguardi e vi lesse nostalgia dei tempi andati e simpatia per quei due teneri giovanotti innamorati. Probabilmente, se fossero passati di lì anche solo un paio di minuti prima, lo sguardo sarebbe stato meno comprensivo.

Matilde sorrise tra sé e sé e si ributtò tra le braccia accoglienti di Lorenzo: l’unico posto dove lei voleva stare, in quel momento.

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