Un caldo pomeriggio di fine aprile Seconda parte

Non vedere quello che stava per accadere era per lei il massimo dell’eccitazione, perché sfidava il suo bisogno di avere sempre tutto sotto controllo e la sua innata e patologica curiosità.

Appena si mise la benda lui le alzò le braccia sopra la testa e le divaricò le gambe, poi si accorse che si allontanava e lo sentì armeggiare con i sacchettini.

Ora era accanto a lei e le faceva passare intorno alle caviglie delle fascette di plastica dura, almeno così le pareva.

Non resistette alla tentazione, si scostò la benda per controllare la situazione, ma il padrone se ne accorse.

Lo schiaffo arrivò subito, in piena faccia.

Deciso ma non forte, il tanto che bastava per lasciarle un lieve pizzicore sulla guancia.

La sua prima punizione.

Se l’era meritata.

Le era piaciuto.

Si rimise la benda e affidò a tutti gli altri sensi, che le parvero amplificati, il compito di registrare ciò che non poteva vedere.

Sentì qualcosa di familiare chiuderle i polsi, a uno a uno e poi tutti e due insieme. Le sembrò che la sua pelle prendesse nota di ogni linea di plastica dura, mentre le fascette si stringevano attorno ai suoi polsi.

Il padrone poi fece scorrere attraverso questi una corda o uno spago di plastica, non riusciva a capire cosa potesse essere.

Si sentì tirare per i piedi per raggiungere il fondo del letto e le cosce vennero divaricate ancora di più.

Passi che si allontanavano dal letto.

Sacchetti che si aprivano.

Passi che si avvicinavano al letto.

Mani che prendevano la caviglia.

Una corda ruvida entrò nella fascetta, la caviglia prudeva al contatto, ma lei non disse nulla.

La corda venne tirata e spostò la fascetta, segnandole la caviglia, o almeno lei così sperava.

Voleva segni e tracce sulla pelle di tutte quelle sensazioni ed emozioni.

Voleva lividi da accarezzare, che le facessero male al contatto e che la riportassero a quel pomeriggio.

Voleva segni rossi che non avrebbe potuto spiegare, ma che voleva guardare e riguardare con soddisfazione e ammirazione per colui che glieli aveva inflitti.

Ora era immobile, i piedi legati alla struttura del letto, le mani legate tra loro.

Cercò di immagazzinare più informazioni possibili, perché voleva che ricordi di quel pomeriggio rimanessero impressi nella sua memoria per sempre.

Gli odori erano tutti nuovi: odore di lenzuola d’albergo, un profumo impersonale che si può ritrovare, identico, in mille alberghi differenti. L’odore di Lui, del suo Padrone, che non aveva ancora registrato ma che sapeva avrebbe amato alla follia. L’odore della sua eccitazione, della sua paura di scoprire quanto sarebbe diventato essenziale per lei questo mondo, che lui le stava permettendo di scoprire.

Era al culmine dell’eccitazione e dell’attesa.

Era in balia assoluta del suo padrone, non aveva il controllo del suo corpo e non sapeva cosa le sarebbe accaduto.

La possedeva, le era entrato nella mente e da lì esercitava il suo dominio.

La più sottile e impegnativa forma di sottomissione, quella che lei aveva implorato di mettere in atto, l’unica che fosse bramosa di esplorare.

by Lovesecret

Pubblicato da Kitty

Sono una scrittrice e vivo con un gatto di nome Salem. Adoro il buon vino, le scarpe coi tacchi e il cioccolato, ma soprattutto il sesso, che vivo con fantasia e ironia, senza inibizioni e senza pregiudizi. Bisogna coltivare le proprie fantasie e cercare di realizzarle… così da farne nascere di nuove!

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