Un caldo pomeriggio di fine aprile Ultima parte

Cominciò ad accarezzarle con insistenza i capezzoli, che diventarono subito turgidi. I suoi sensi erano all’erta, pronti a cogliere ogni attimo, ogni vibrazione. Da dove avrebbe ricominciato? Che cosa avrebbe subito? Un brivido di paura la percorse lungo tutto il corpo. Paura, sì, perché sapeva di essere in balia del suo padrone, ma mista a eccitazione, perché sapeva di averglielo chiesto lei e sapeva che non se ne sarebbe pentita. Cercò di decifrare nei suoi occhi le sue intenzioni, lo conosceva ancora troppo poco. Decise di affidarsi, chiuse gli occhi e si lasciò trasportare da lui, ovunque avrebbe voluto portarla.

Le prese la mano e gliela infilò nel tanga. Lei cominciò a masturbarsi, obbediente.

«Voglio che lo bagni. Voglio che rimanga il tuo sapore, i tuoi umori. E tu devi sentire addosso gli umori del tuo padrone» le disse. Subito dopo si inumidì le dita e le impiastricciò di saliva tutta la faccia e i capelli.

Non le importava, capiva che tutto ciò che subiva era funzionale al suo addestramento. E se anche fosse stato un semplice capriccio del padrone, sapeva che lo avrebbe accettato, perché non poteva più fare altrimenti. Era un capriccio? Sarebbe stata onorata di essere l’oggetto del suo capriccio e avrebbe fatto di tutto per assecondare i suoi desideri, bramosa della sua approvazione, tanto quanto delle sue punizioni. Lei, abituata a farsi mille domande sui comportamenti e le azioni degli altri e di sé stessa, era stupita di questo atteggiamento. Poi smise di pensare, perché venne catapultata ancora una volta al massimo del piacere. Ogni volta le sembrava che l’orgasmo fosse più intenso. Ogni volta credeva di aver raggiunto il massimo del piacere e ogni volta raggiungeva un livello più alto. Si chiese se fosse possibile morire per il troppo piacere…

Il padrone interruppe il flusso dei suoi pensieri, le prese la mano e le fece succhiare le sue dita.

«Senti il sapore del tuo piacere».

Era un sapore forte, penetrante, sapeva di mare e di giochi proibiti.

«Ora fammi un pompino».

Lei non vedeva l’ora di riaverlo in bocca.

Lo prese avidamente, lui la teneva ancora per i capelli.

Le alzò la testa e le sputò in pieno viso.

«Devi sentire il tuo padrone. Devi sentirti posseduta».

Poi le abbassò nuovamente il viso in modo che potesse continuare a succhiarglielo con forza. Le mancava il respiro, lui spingeva fino in gola, credette di soffocare, ma il padrone non le diede tregua. «Da brava, apri bene e tienilo in gola. Devi imparare. Oh sì, così, senti come si apre bene».

Si sentiva come se fosse uscita dall’acqua e avesse potuto ricominciare a respirare. Gli occhi le si erano riempiti di lacrime per lo sforzo, ma alzando il viso verso il suo padrone lesse nel suo sguardo che era soddisfatto di lei, della sua nuova, ultima schiava. Avrebbe fatto di tutto per continuare a ottenere quello sguardo su di lei.

Riprese a succhiare con ancora maggior impegno di prima, tanto da fargli raggiungere l’orgasmo, e lei bevve tutto il suo sperma, ne assaporò ogni goccia, le piaceva la sensazione di quel liquido denso che le riempiva la bocca e le scendeva lentamente in gola. Ne rimase un po’ sulle labbra, lo leccò subito via con la lingua, non voleva che nulla andasse sprecato di quel dono prezioso che il padrone le aveva concesso. Era un sapore nuovo, sconosciuto. Le piacque, sentiva il gusto di aver soddisfatto, quel giorno, il suo padrone. Quante volte ancora ne avrebbe avuto l’onore?

Poi si accasciò accanto a lui, sfiancata dalla fatica e dall’immenso piacere.

Rimasero così per qualche minuto, abbracciati, per recuperare le forze e riprendersi dalle forti emozioni. Lui la accarezzò dappertutto, con tenerezza. Sentiva di essersi meritata ogni carezza, ogni tocco di quelle mani che le avevano trasmesso, in quel pomeriggio, emozioni così intense e così diverse. Lui voleva farle capire di essere stata brava, la sua brava ragazza. O così almeno le piaceva credere.

Lei ormai era sua, non avrebbe rinunciato per nulla al mondo a questo viaggio alla scoperta della sua più vera e profonda natura. Mai nessuno era entrato così in profondità nella sua testa: lui aveva spazzato via tutte le sue difese e lei gli si era consegnata, anche se sapeva che si sarebbe ribellata ancora, anche solo per il gusto di essere punita e domata.

Aveva compreso che lui era la guida giusta per quel viaggio che, era sicura, sarebbe stato carico di emozioni e da cui sarebbe tornata diversa.

Se mai avesse voluto tornare.

Pubblicato da Kitty

Sono una scrittrice e vivo con un gatto di nome Salem. Adoro il buon vino, le scarpe coi tacchi e il cioccolato, ma soprattutto il sesso, che vivo con fantasia e ironia, senza inibizioni e senza pregiudizi. Bisogna coltivare le proprie fantasie e cercare di realizzarle… così da farne nascere di nuove!

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