Avventure di una slave “farloccah”

Ebbene sì, sono una slave, ma una di quelle farlocche! Non riesco a struggermi in attesa che il padrone mi conceda le sue attenzioni o, meglio ancora, che mi punisca. Non più di tanto, almeno! Non riesco, insomma, a prendere sul serio nemmeno questa parte così profonda e vitale del mio essere.

Mi sono avvicinata a questo mondo da poco, da meno di un anno, perché ho avuto la fortuna di incontrare una persona che ha saputo cogliere il mio bisogno di esplorare questa inclinazione, spesso difficile da accettare, e ha conquistato la mia fiducia, elemento fondamentale in qualsiasi relazione tra esseri umani, ma vitale, oserei dire, in una relazione di dominazione/sottomissione.

Il guaio è che è più forte di me, sono un disastro, colleziono figuracce e avventure ridicole in ogni aspetto della mia esistenza: poteva esserne esente la mia vita quasi segreta di slave? Dico quasi segreta, perché la maggior parte dei miei amici la conosce nei minimi dettagli, soprattutto quelli ridicoli.

Quindi ho deciso di mettere per iscritto le mie avventure. Se siete pronti, io partirei!

Cominciamo dall’inizio, dalla mia prima sessione.

Quando siamo arrivati in hotel, il padrone mi ha chiesto la carta di identità da lasciare alla reception. Io con tutta la disinvoltura che ho raccattato non so dove (immaginatevi il mio stato d’animo, la mia prima sessione!) l’ho estratta dalla borsa e gliel’ho consegnata. Peccato che, quando l’avevo messa in borsa, una borsa molto sexy ma molto molto piccola, non pensavo assolutamente a quella finalità. Secondo voi, presa tra tutti i pensieri che mi frullavano in testa, potevo ricordarmi che quando si prende una stanza in hotel ti chiedono i documenti?

Mi ero semplicemente detta: «Prendo un documento, così se mi fa a pezzi, almeno sanno a chi riconsegnare le spoglie!»

Potevo poi, tenere per me questo mio pensiero? Assolutamente no, anche se sono quasi certa di non averglielo raccontato proprio quel giorno… Mi ricordo però la sua risposta, lapidaria e sarcastica: «Potevo scegliere a quale pezzo attaccare il documento? Perché lo sai qual è il mio pezzo preferito di te…»

Anche quando ho potenzialmente delle buone idee, riesco sempre a infilarci un particolare idiota. Sentite questa: serata a casa, sono annoiata, non riesco a dormire, anche se è già tardi. Decido di fare un piccolo omaggio al mio padrone, anche se lui è lontano. Approfitto dell’ora tarda, regna  stranamente un grande silenzio in casa, sgattaiolo in bagno e prendo la matita per gli occhi, verde petrolio. Mi spoglio e scrivo sulla pancia il suo nome, o meglio il suo soprannome, quello che gli ho attribuito io, mr. JD. Sono molto soddisfatta dell’idea che ho avuto, sono sicura che gli farà piacere: la consapevolezza della sua proprietà. Mi sdraio sul letto, sistemo le lenzuola nel modo più figo che posso, allontano il cellulare abbastanza per inquadrare la scritta e scatto. Apro la galleria per vedere la foto prima di inviarla. C’è qualcosa che non mi convince, la guardo bene e poi capisco. Sono una stordita, ho scritto la J al contrario… mi tocca correre in bagno, prendere lo struccante per gli occhi e cercare di cancellare la lettera senza fare troppi disastri… e la matita verde petrolio, vi assicuro, non è facile da togliere dalla pancetta! Ho un’idea geniale, una delle mie, insomma, di quelle che sulla carta sembrano lineari e semplici, ma quando le metti in pratica non risultano né lineari né semplici. Mi dico: «Basterà cancellare il fondo della lettera con un dischetto di cotone e riscriverlo dall’altra parte!» Dopo qualche minuto il verde petrolio era diffuso su tutta la  mia pancia, tanto che sembravo in avanzato stato di decomposizione, lo struccante era quasi finito e il pavimento del bagno disseminato di dischetti di cotone della stessa tonalità della mia pelle. Alla fine ho sistemato tutto, ma ridacchiavo un sacco mentre cercavo di assumere un’espressione sexy nella foto. Meno male che mi stavo annoiando!

E poi c’è la storia della mia safeword… è stato uno dei primi accordi stabiliti fra noi, anzi forse l’unico, per il resto si va a sentimento. D’altronde, sono nuova del settore, un filo ansiosa, quindi avere una parola di sicurezza mi tranquillizzava. Ho scoperto in seguito, conoscendo altre slave, che non tutte ce l’hanno, probabilmente solo quelle a cui serve per stare tranquille, come me. O quelle che hanno visto Cinquanta sfumature di grigio… l’ho visto anche io, giuro, e l’ho trovato davvero molto divertente!

Ma non divaghiamo… non ho mai avuto occasione di usarla, non mi sono mai sentita in pericolo, né sopraffatta dalla situazione. È comunque stata al centro di una delle mie avventure.

Una sera, uscita alcolica con le amiche in centro. Una di quelle uscite in cui ci si trova presto, per un aperitivo, poi alle due del mattino si è ancora in giro per i vicoli della città a cercare la macchina parcheggiata chissà dove, col terrore che qualcuno butti un secchio d’acqua addosso per sedare gli schiamazzi…

Io mi sono presentata con un bel bernoccolo sulla fronte. Ho provato a raccontare che avevo sbattuto contro un pensile della cucina, ma devo essere risultata poco credibile, tanto che a fine serata mi hanno estorto la verità.

«Va bene ragazze, lo ammetto, mi sono fatta male durante la sessione! Ma pensate alla situazione: mani legate dietro la schiena con le fascette, gagball in bocca, sui tacchi a spillo, che comincio ad agitarmi perché non voglio fare quello che mi sta chiedendo il padrone!» lo ammetto, sono una slave poco ubbidiente, oltre che farloccah!

«E quindi che è successo? Racconta!» incalzano le amiche, non sapendo se preoccuparsi per me o se continuare a sghignazzare immaginando la mia leggiadria nel contesto specifico…

«È successo che, nel dimenarmi in modo scomposto, come mio solito, sono caduta a terra e ho picchiato la testa sul marmo. E mi sono agitata ancora di più, perché non sapevo come fargli capire che mi ero fatta male davvero. In quel momento non riuscivo a pensare a niente, se non che non avrei potuto pronunciare la mia safeword. Poi lui si è accorto che c’era qualcosa che non andava ed è intervenuto, però…»

«Tra l’altro, qual è questa fantomatica safeword?»

Non avessi mai risposto a quella maledetta domanda! Hanno cominciato tutte a ridere a crepapelle, urlando, come se avessero la mia gagball in bocca: «Broccoliiiiiiiiiiii»

Vi aspetto per la prossima avventura!

https://www.lovesecret.eu/

Pubblicato da Kitty

Sono una scrittrice e vivo con un gatto di nome Salem. Adoro il buon vino, le scarpe coi tacchi e il cioccolato, ma soprattutto il sesso, che vivo con fantasia e ironia, senza inibizioni e senza pregiudizi. Bisogna coltivare le proprie fantasie e cercare di realizzarle… così da farne nascere di nuove!

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