Una vista mozzafiato

«Stamattina metti il tuo vestitino verde, quello a pois, da brava ragazza. Ma andrai a lavorare col plug inserito, voglio che mi dimostri che sei la mia cattiva ragazza. E niente reggiseno, mi raccomando».

Camilla trovò il messaggio appena sveglia. Non rimase stupita, ogni tanto le arrivavano queste richieste da Giancarlo e la eccitavano da morire. Quando lui esercitava questo tipo di controllo su di lei, la donna andava letteralmente in estasi.

Diversamente dal solito, non si rotolò nel letto per minuti interminabili lamentandosi del fatto di non potersi permettere un maggiordomo che le portasse la colazione a letto, ma si alzò subito e corse sotto la doccia. Lui avrebbe voluto le foto a riprova del fatto che avesse rispettato i suoi ordini, e lei aveva tutte le intenzioni di essere bellissima, anche se solo in foto: abitavano lontani, per loro era complicato vedersi.

Non c’era bisogno che le ordinasse che scarpe indossare, aveva i suoi sandali neri col tacco altissimo che creavano un magnifico contrasto col vestitino verde, da brava ragazza, appunto.

I suoi sforzi mattutini sortirono l’effetto voluto, arrivò subito il messaggio di Giancarlo: «Bellissima e obbediente. Mi piace da impazzire quando soddisfi i miei desideri».

Camilla ridacchiò soddisfatta, sapendo benissimo quanto lui si divertisse anche se lei faceva i capricci e si impuntava con i suoi no… che prima o poi diventavano sempre e tutti dei sì.

Uscì di casa tutta contenta, pronta ad affrontare la giornata, che sarebbe stata piena di impegni, ma che lei avrebbe gestito con la sua solita leggerezza e allegria.

Viveva e lavorava in centro a Roma e aveva la fortuna di poter raggiungere a piedi il suo ufficio, che si trovava in Largo di Torre Argentina. Ogni mattina, quando il tempo lo permetteva, prendeva un caffè da asporto e andava a sorseggiarlo davanti all’area archeologica in mezzo al piazzale, divertendosi a seguire gli innumerevoli gatti che si muovevano tra le rovine, come se fossero le anime degli antichi romani: le piaceva pensare che fosse realmente così.

Quella mattina il sole splendeva, non si vedeva una nuvola, quindi ripeté il suo rito, come se fosse di buon auspicio.

La mattinata in ufficio si svolse in tutta tranquillità, Camilla ogni tanto sentiva la tensione provocata dal plug e provava un misto di piacere e delusione. Il piacere di sapere che stava esaudendo un desiderio di Giancarlo, e la delusione che lui non potesse essere lì, a vedere quanto piacere le procurasse e a premiarla per la sua obbedienza.

Non vedeva l’ora che arrivasse l’ora di pranzo, soprattutto perché avrebbe avuto il pomeriggio libero. Non aveva grandi programmi, se non quello di oziare sul suo terrazzino, con le gambe per aria e un bel libro da leggere.

Uscì finalmente dall’ufficio per andare a pranzo e capì che i suoi programmi erano destinati a saltare. Lui era lì fuori che la aspettava. Il cuore quasi perse un colpo per la sorpresa e la felicità: era l’ultima persona che si aspettava di vedere lì.

Non attraversò subito la strada, anche se avrebbe voluto correre a gettarsi tra le sue braccia.

Rimase lì, a godersi per un momento quel gioco di sguardi tra loro. Gli occhi di lui le dicevano quanto fosse bella per lui, lì, in quel momento, e quanto fosse soddisfatto di averle fatto quella visita del tutto inaspettata. E la invitavano a correre verso di lui, perché la voglia di Camilla di precipitarsi tra le sue braccia non era certo inferiore a quella di Giancarlo di stringerla forte a sé.

Camilla attraversò la strada e si sciolse in quell’abbraccio, seguito a un bacio appassionato.

Quando finalmente le loro labbra riuscirono a staccarsi, lui le sollevò il mento con una mano e le disse: «Sapevo che avevi il pomeriggio libero, non volevo rischiare che, sul tuo terrazzino al sole, si scottasse questa pelle bianca che mi piace così tanto».

«Beh, il rischio c’era, effettivamente. Diciamo che il mio pomeriggio libero ora è diventato molto più interessante. Comunque sei tremendo, non avevo capito che i tuoi ordini di questa mattina avessero questo obiettivo…»

«Non volevo rovinarti la sorpresa, pensa che avevo organizzato tutto da giorni, appena mi avevi detto del tuo pomeriggio di libertà, e stavo impazzendo dalla voglia di dirtelo».

«Io stavo impazzendo dalla voglia di vederti, quindi direi che siamo pari…»

Detto ciò, riprese a baciarlo, evitando che lui potesse ribattere: che bel modo di zittire le persone!

Quando Giancarlo aveva detto che aveva organizzato tutto, intendeva proprio tutto, nei minimi dettagli. Aveva prenotato un tavolo all’aperto in un ristorante di Trastevere. Ci andarono in macchina e, quando Camilla propose i mezzi pubblici, lui rispose con un criptico: «No, andiamo con la macchina, dopo ti devo portare in un posto».

Appena saliti in macchina, lui si sporse verso di lei, le sollevò il vestito e le disse: «Controlliamo la tua obbedienza…»

E le sue mani si mossero sicure tra le cosce di Camilla, esplorando con cura e senza fretta la posizione del plug e la voglia che lei aveva di lui…

Lei trasalì quando lui la penetrò con le dita, con forza e decisione.

Avvicinò le labbra al suo orecchio e le sussurrò: «Senti com’è bagnata la mia brava troietta…»

Poi estrasse le dita, deludendo Camilla, che avrebbe voluto che lui continuasse, e gliele mise in bocca: «Da brava, puliscile bene».

Camilla succhiò avidamente quelle dita, anche se avrebbe voluto sentire in bocca qualcosa di più, si consolò comunque pensando che prima o poi, nel corso del pomeriggio, avrebbe avuto la sua ricompensa…Se l’era meritata, lui le aveva detto che era stata brava, la sua brava troietta.

Arrivarono al ristorante, Camilla non aveva alcuna voglia di mangiare, se fosse stato per lei avrebbe portato Giancarlo a casa sua e avrebbero passato il resto della giornata a fare sesso, ma sapeva che non aveva voce in capitolo, e che lui si divertiva a tenere in sospeso il raggiungimento del suo piacere. Quindi decise di godersi quei momenti senza cercare di indovinare ciò che lui avesse in mente, era comunque troppo complesso cercare di scandagliare i pensieri di quell’uomo.

Inoltre, il tempo in sua compagnia era sempre interessante, qualsiasi cosa facessero: era molto colto, potevano parlare di tutto e aveva sempre una visione particolare, mai banale della realtà che li circondava.

Il pranzo fu molto piacevole, anche se la tensione erotica tra loro era palpabile. Ogni tanto lui le accarezzava il braccio, quasi distrattamente, ma a Camilla sembrava di ricevere una piccola scossa elettrica. Quando arrivarono i loro caffè la donna si rese conto che era come se avesse trascorso tutto il tempo del pranzo in apnea, in attesa di respirare.

Stare con lui era ormai come respirare, era vitale, indispensabile. E i giorni senza lui rotolavano via in attesa di quando avrebbero potuto vedersi, toccarsi, sondare i loro limiti per spingersi sempre più lontano, esplorando quanto profondo fosse il legame che li univa.

Senza dire una parola lui si alzò e rimase in attesa che lei facesse altrettanto. Lei lo guardò per un attimo, dal basso, con i suoi occhioni imploranti. Giancarlo adorava quello sguardo. Era carico di aspettative, pretendeva attenzioni, cercava di indovinare cosa lui avesse in serbo per lei, si affidava completamente al suo controllo.

Le prese la mano, la fece alzare e uscirono dal ristorante.

Una volta saliti in macchina, cominciarono a parlare del più e del meno, mentre uscivano dalla città, sulla Appia Antica. Camilla cercava di indovinare dove volesse portarla, pensava che sarebbero andati a casa sua, ma evidentemente lui aveva altri programmi.

Arrivarono di fronte al Mausoleo di Cecilia Metella, che in quel periodo era chiuso per restauri. L’area era deserta, raggiunsero un parcheggio di un ristorante, che avrebbe aperto solo quella sera, ormai.

Spense la macchina e le disse di scendere.

Si avviarono lungo una stradina sterrata costeggiata da filari di cipressi, Camilla doveva rimanere concentrata per non cadere: il terreno sconnesso da percorrere coi tacchi era una sfida molto ardua.

Giancarlo se ne accorse e le cinse la vita con un braccio, per sostenerla.

«Ho trovato questo angolino per caso, l’ultima volta che sono venuto a Roma, mi ero perso e mi sono trovato qui davanti. Quando l’ho visto, mi si è formata nella mente un’immagine di te, qui insieme a me. Non riuscivo a pensare ad altro, e finalmente posso realizzare questa fantasia».

In quel momento il luogo di cui le stava parlando fu davanti ai suoi occhi, e appena lo vide fu certa che fosse quello.

Era seminascosto dalla vegetazione incolta, si scorgeva un muro di pietra diroccato, un’unica parete in alzato, e molti detriti tutti intorno. Sulla parete una grande apertura, fino a terra, chiusa da una grata in ferro che permetteva alla vista di spaziare tra lo stupendo panorama della campagna romana.

Lui la prese per mano e, piano piano per via delle calzature del tutto inadatte, arrivarono alla parete.

Quando si furono sincerati della stabilità di Camilla sul terreno impervio, lui cominciò a baciarla con passione, mentre la spingeva contro la grata.

La donna sentì il freddo del metallo contro il suo corpo, attraverso il vestito leggero, ma nello stesso tempo sentiva un gran caldo provenirle da dentro, la voglia di essere sua e di dimostrargli quanto lo fosse bruciava in lei. Sentiva le sue mani dappertutto, sulle spalle, sul collo, lungo la schiena, tra le cosce. A un certo punto cominciò a sollevarle il vestito e a stringere con forza le sue natiche, mentre il suo membro in erezione spingeva contro di lei. Le si insinuò tra le natiche e le spostò leggermente il plug, avanti e indietro, facendola vibrare di piacere. Le mani di Camilla si avvicinarono alla cintura dei pantaloni, voleva toccarlo, voleva sentire quanta voglia avesse di lei. Lui si fermò e la bloccò.

La guardò con un’aria di rimprovero che lei non riuscì a comprendere quanto fosse reale e le disse, in tono severo: «Chi ti ha dato il permesso di muoverti, signorina?»

Non le lasciò nemmeno il tempo di ribattere che le aveva già preso le mani e portate sopra la testa, contro la grata. Gliele tenne bloccate con la sinistra, mentre con la destra si sfilava la cinta dei pantaloni.

Camilla capì quello che voleva fare e cominciò a tremare per l’emozione e il desiderio.

Con un gesto sicuro, chissà quante volte l’aveva ripetuto, le legò le mani alla grata con la cintura, strette, molto strette. Mentre lei già si immaginava con grande eccitazione quanti e quali segni le sarebbero rimasti sui polsi, lui le disse: «Adesso non puoi scappare, sei mia e posso farti tutto ciò che voglio, per tutto il tempo che desidero».

«L’ultima cosa che vorrei è scappare di qui, te lo assicuro. E che io sia tua, lo sai. Anche senza una cinta che mi blocchi le mani».

La baciò con desiderio, come se volesse risucchiare tutto il tempo che avevano trascorso separati, quasi un risarcimento per i baci non dati, gli sguardi non scambiati, i corpi non avvinghiati.

Si staccò da lei, le accarezzò i capelli e la guardò intensamente: «Davvero sei mia?»

«Sì». Rispose lei, semplicemente, rispondendo con uno sguardo di pari intensità.

Giancarlo le prese le mani e gliele spinse con forza contro la grata, ricominciando a baciarla.

Poi le sue mani scesero con una calma estenuante lungo le braccia di Camilla, che fremeva di desiderio. Smaniava per la voglia di lui, voleva che lui la possedesse lì, in quel luogo, con forza e con prepotenza, voleva dimostrargli quanto fosse profondo quel “Sì”.

Le mani ora erano all’altezza dei seni, i capezzoli sporgevano turgidi dal vestito. Li pizzicò con forza, ma i suoi baci soffocarono i gemiti di Camilla.

Le alzò leggermente il vestito, le abbassò le mutandine di pizzo fino alle ginocchia e si allontanò un attimo, come per gustarsi il risultato.

Tirò fuori il cellulare e le scattò una foto.

«Sei bellissima, anche meglio della fantasia che avevo in testa»

Camilla era fradicia di piacere, non si era mai trovata in una situazione del genere, chiunque sarebbe potuto passare di lì e scoprirli. Questa eventualità la eccitava ancora di più, si stupì a pensare: quell’uomo la spingeva a superare i suoi limiti e a provare sempre maggiore piacere.

Nel frattempo lui si era avvicinato e chinatosi davanti a lei, aveva iniziato a percorrere il suo ventre con la lingua, fino ad arrivare al suo sesso e indugiando sul suo clitoride. Alternava morsi leggeri e baci voraci, mentre Camilla si dimenava, per quanto la posizione glielo potesse permettere, per il desiderio.

«Ti prego prendimi, ti scongiuro» lo implorò a un certo punto.

Lui si fermò, si alzò e le sussurrò all’orecchio: «Puoi pregarmi quanto vuoi, ma ti prenderò quando e come voglio, capito?»

«Sì, sì, ho capito. Ma mi sembra di impazzire dal desiderio»

«È esattamente quello che voglio. Stai pur certa che ti prenderò, non sai quanto lo voglia. Ogni cosa al momento giusto. Goditi il momento e lascia fare a me».

E riprese a baciarla.

Camilla sentì sulle labbra dell’uomo tutto il sapore del suo piacere, si sentiva fradicia in mezzo alle cosce, credeva che sarebbe venuta da un momento all’altro.

Giancarlo le aprì le gambe, le mutandine fecero resistenza, lui gliele abbassò quanto bastava per lasciarle le cosce aperte, si slacciò i pantaloni ed estrasse il suo membro, aveva un’erezione pazzesca.

Camilla avrebbe voluto sentire con le sue mani e con la sua bocca quanto fosse duro, si dimenò ancora per l’eccitazione.

Lui le strinse le guance con una mano e, con uno sguardo beffardo le disse:

«Non riesci proprio a stare ferma, eh? Ti ci vorrebbe una bella punizione, ma ho troppa voglia di possederti, sto per scoppiare».

Nel dire quelle parole la baciò e poi cominciò a penetrarla con forza.

Sentiva il metallo della grata segnarle le carni, era un piacevolissimo dolore che si rinnovava e aumentava a ogni spinta dentro di lei.

Lui lo sapeva, sapeva quanto fosse eccitante per lei rivedere e risentire i segni che la sua passione le lasciava sulla pelle, e non era meno eccitante per lui.

La prese con sempre maggior forza e prepotenza, Camilla soffocò a stento le urla, sentiva ogni centimetro della sua pelle bruciare per il contatto con la grata e per il piacere che stava provando.

Arrivarono all’orgasmo insieme, un’ondata di piacere che li travolse e spazzò via tutto il tempo che erano stati separati.

Lui rimase per qualche istante dentro di lei, godendosi quella sensazione di profonda intimità e familiarità dei loro corpi. Conoscevano e avevano esplorato ogni frammento del corpo dell’altro, per procurare e procurarsi piacere, ma ogni volta questo piacere aumentava, scendeva più in profondità e aumentava di intensità.

Giancarlo liberò le braccia di Camilla, le sue mani non resistevano più dalla voglia di toccarlo e stringerlo. Lo abbracciò forte, si abbarbicò a lui, non avrebbe mai voluto staccarsi da quell’uomo.

Lui, godendosi quell’abbraccio, le mordicchiò l’orecchio e le sussurrò  due parole che non pensava avrebbe mai pronunciato e che le aprirono una voragine nel cuore:

«Ti amo».

Pubblicato da Kitty

Sono una scrittrice e vivo con un gatto di nome Salem. Adoro il buon vino, le scarpe coi tacchi e il cioccolato, ma soprattutto il sesso, che vivo con fantasia e ironia, senza inibizioni e senza pregiudizi. Bisogna coltivare le proprie fantasie e cercare di realizzarle… così da farne nascere di nuove!

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