In ostaggio

Ore 22.00. Finalmente il turno era finito. Vittoria non riusciva proprio ad abituarsi all’ultimo turno. Era anche inverno, era buio e quella sera un nebbione fitto era calato sulla città, tanto che la ragazza temeva di non riuscire a ritrovare la sua macchina nel parcheggio.

Ciliegina sulla torta, poco prima che lei chiudesse la cassa era arrivato un messaggio dalla direzione in cui le si chiedeva di uscire dalla parte posteriore del negozio: quella notte sarebbero cominciati dei lavori sulla strada principale su cui affacciavano le vetrine e il passaggio, persino quello pedonale, era assolutamente vietato.

“Perfetto, così dovrò fare il giro da quel vicolo che mi piace tanto, al buio e con la nebbia! Che altro potrebbe capitarmi stasera?” si era detta Vittoria chiudendo a chiave la porta.

Si tirò su il bavero del cappotto, si strinse bene le braccia intorno al corpo, sia per farsi coraggio che per ripararsi dal freddo, respirò a fondo e si apprestò ad affrontare il vicolo stretto e buio che nemmeno di giorno la rassicurava.

Ogni passo che faceva la avvicinava alla macchina e lei cercava di scacciare dalla sua mente i pensieri cupi che le si affollavano in testa, disattivandoli con i programmi per il fine settimana che avrebbe trascorso con il suo ragazzo.

Lui le aveva detto che aveva organizzato qualcosa di speciale, avrebbero festeggiato il secondo anno insieme.

La sua fantasia volava: una cenetta romantica, magari una fuga altrettanto romantica in una città lì vicino… certo, non le aveva detto di preparare i bagagli, ma, conoscendolo, era capace di presentarsi a casa sua l’indomani mattina e dirle che aveva dieci minuti di tempo per preparare una valigetta.

Era un lato del suo carattere che Vittoria non aveva ancora capito se adorasse o detestasse, forse dipendeva dai giorni in cui capitavano le sorprese!

Era assorta in questi pensieri, quando due figure sbucarono fuori dal nulla e le furono subito addosso. Vittoria non fece in tempo a reagire, né tantomeno a guardarli in faccia, le sembrò di vedere dei cappucci.

Una delle due figure le immobilizzò le braccia da dietro, l’altra le chiuse la bocca con del nastro adesivo e, subito dopo, le fece calare un sacchetto nero in testa. Vittoria si dimenava come un’ossessa, tirando calci all’impazzata.

Le arrivò uno schiaffo in piena faccia e si sentì dire piano all’orecchio, con una voce di donna: «Ora, puttanella, fai la brava e cerca di calmarti. Tu verrai con noi e, se sarai collaborativa, non ti succederà nulla di male. Fai un cenno con la testa se hai capito».

Vittoria trovò la forza per annuire con la testa, amplificando bene i movimenti, temendo che, se a causa del sacchetto in testa non avessero colto il cenno, le sarebbe arrivato un altro schiaffo. La guancia le bruciava terribilmente, voleva a tutti i costi evitare di ripetere l’esperienza.

Il cenno fu colto, quindi la fecero camminare in avanti.

Vittoria aveva tutti i sensi amplificati, cercava di cogliere ogni rumore, ogni odore. Le parve di riconoscere un profumo che conosceva, ma non riuscì a ricordare dove l’avesse già sentito.

Era terrorizzata, tremava da capo a piedi e si rese conto che stava piangendo.

Udì il suono di una apertura di un’auto. E una volta che l’avessero fatta salire in macchina, che ne sarebbe stato di lei?

Le si prospettarono davanti gli scenari più atroci, e nemmeno uno col lieto fine.

Ripensò ai programmi per il suo fine settimana e le sembrarono lontanissimi, come se quei pochi minuti avessero stravolto la sua vita: e probabilmente era proprio così.

La buttarono in macchina senza molti complimenti, come un sacco di patate. Poi qualcuno si sedette accanto a lei, le prese le braccia e le strinse qualcosa di rigido e tagliente attorno ai polsi.

Sembrava plastica dura, forse fascette da elettricista… e da serial killer.

Le tolsero il sacchetto dalla testa e le sembrò di rinascere, almeno riusciva a respirare. Si guardò un attimo intorno, ma l’auto era completamente al buio e, mentre cercava di abituare i suoi occhi all’oscurità, le venne messa una benda sugli occhi, togliendole ogni speranza di cogliere qualche particolare che le permettesse di capire cosa stesse accadendo.

L’auto si mise in moto, Vittoria si sentiva sempre più spaventata e disperata. Nessuno quella sera l’avrebbe cercata, il suo ragazzo era fuori per lavoro e lei, da stupida, aveva detto alle amiche che si sarebbe presa la serata per lei, per prepararsi al weekend romantico.

Le venne in mente che era stato il suo ragazzo a suggerirle l’idea. Quanto si sarebbe sentito in colpa, appena avesse scoperto cosa le era capitato? All’idea di non rivedere più Marco si sentì ancora più disperata e spaventata: avrebbe voluto urlare a squarciagola il suo nome, che lui la sentisse, ovunque fosse, e corresse a salvarla.

Il viaggio in macchina le sembrò interminabile, aveva cercato di cogliere qualche rumore che le permettesse di capire dove si stessero dirigendo, ma l’unica informazione che era riuscita a registrare era che l’ultimo tratto percorso era su una strada sconnessa, probabilmente uno sterrato.

Quindi erano usciti dalla città, forse per quello non aveva sentito alcun rumore.

La macchina si fermò, sentì aprirsi uno sportello, poi una folata di aria fredda la investì, avevano aperto anche quello dalla sua parte.

Venne tirata giù a forza, si sentì come un fantoccio e si scoprì a pensare: “Se non temessi per la mia vita, questa situazione potrebbe persino essere eccitante!”, dandosi subito dopo della pazza ad avere questi pensieri: colpa dello shock, forse? 

Fu trascinata su della ghiaia, forse un sentiero, per pochi metri. La sorreggevano entrambi, era convinta che uno fosse un uomo, sentiva una mano più grande e una stretta più forte sul braccio sinistro.

A un tratto si fermarono, la donna lasciò la presa e la sentì avanzare sulla ghiaia, scendere dei gradini e inserire una chiave in una serratura, dando parecchie mandate.

Le ginocchia le cedettero per la paura, l’uomo la strattonò con vigore, senza dirle una parola.

A questo punto si sentì sollevata di peso, lui se la mise in spalla senza alcuna fatica e avanzarono nel freddo della notte.

Scesero anche loro dei gradini e un odore di umido la investì in pieno: erano in una cantina.

Sarebbe stato il luogo della sua prigionia? Ma perché mai avrebbero dovuto rapirla? Non era ricca di famiglia, di sicuro non potevano sperare in un riscatto.

Il suo cervello non riusciva a fermarsi, pensieri sconnessi si accavallavano senza sosta, mentre ondeggiava sulla spalla del suo rapitore.

Venne scaricata su una superficie appena appena morbida, forse un materassino sottile. Nonostante le mani legate dietro la schiena, Vittoria cercò di tastare la superficie su cui l’avevano posata.

Sentì un tessuto liscio e morbido, con delle impunture: era un materassino, ma non sembrava certo di fortuna: il poco che poté esplorare non presentava buchi o strappi, né sentiva particolare odore di stantio o di muffa.

Le sue dita registrarono il freddo e l’umido che il tessuto aveva assorbito, non era stato messo lì apposta per tenere lei, quindi era un complemento dell’arredo della cantina.

Che razza di posto era mai quello? Sentì la donna parlottare con l’altro.

Non riuscì a cogliere nemmeno una sillaba, il cuore le batteva talmente forte che percepiva solo i battiti nelle sue orecchie, era paralizzata dalla paura.

Avrebbe voluto farsi piccola piccola, sparire dalla loro vista, che si dimenticassero di lei, che se ne tornassero da dove erano venuti.

Invece non accadde, dopo un tempo imprecisato sentì i passi dei due che si avvicinavano e la sollevavano in malo modo.

Si sentì tenere per le braccia dall’uomo che, con un gesto preciso, le tagliò le fascette ai polsi.

Vittoria temeva che non fosse un segnale positivo, ma che la sua situazione sarebbe ulteriormente peggiorata.

Lui non lasciò la presa alle braccia, ma la trascinò per un tratto. Si rese conto di essere senza scarpe, chissà dove le aveva perse e se mai avrebbe potuto indossarne ancora. Sentì il freddo del pavimento attraverso i suoi collant e le sembrò che questo freddo la pervadesse tutta.

La fecero fermare all’improvviso, come se avesse raggiunto una posizione prestabilita. La donna lasciò nuovamente la presa e Vittoria, dopo qualche istante, sentì i tacchi della donna sul pavimento di pietra che si allontanavano di poco e si fermavano subito.

La udì armeggiare con qualcosa, nonostante i suoi sforzi non riuscì a capire cosa potesse essere.

E poi il sangue le si gelò nelle vene: udì distintamente il rumore di corde che scorrevano su una superficie metallica.

Cosa avevano intenzione di farle quei due? Lui le alzò il braccio destro e glielo tenne sollevato. Una corda ruvida le avvolse il polso e poi si sentì tirare ancora di più verso l’alto. Adesso toccava al sinistro.

I suoi piedi, ora, toccavano il pavimento appena appena, giusto con le punte.

Mentre le giravano intorno per appenderla, la benda le calò dagli occhi, il minimo che le permettesse di dare uno sguardo all’ambiente.

Dopo qualche secondo per abituare gli occhi, Vittoria cercò di cogliere più particolari possibili di ciò che la circondava.

Davanti a lei una parete scrostata, l’intonaco era caduto in diversi punti, rivelando delle pietre miste a mattoni. Una finestrella in alto era l’unica apertura oltre alla porta di legno scuro.

La luce proveniva dall’alto, era un neon che aveva passato momenti migliori e ora dava una luce fioca e intermittente, come se si dovesse spegnere da un momento all’altro.

Vide il materassino basso su cui era stata buttata poco prima e, guardando in alto, si rese conto di essere legata con corde di canapa a dei tubi arrugginiti che passavano lungo tutto il soffitto. Alla sua sinistra intravide una larga mensola con sacchetti di varie misure, tutti di seta nera, allineati in ordine.

Cosa potevano contenere? Accanto ai sacchetti c’erano altri oggetti, ma non riuscì a distinguerli. Cercò poi di girarsi verso destra per studiare anche quel lato, ma non fece in tempo: la donna le rivolse di nuovo la parola, stavolta a voce più alta, con un tono sprezzante e beffardo: «Che fai, puttana curiosa, ti guardi in giro? Questo ti costerà caro, sappilo» e arrivò un altro schiaffo.

Vittoria non reagì, non poteva fare nulla, era in balia di quei due. Doveva cercare di portare a casa la pelle, avrebbe obbedito agli ordini di quella donna tremenda, sperando che fosse sufficiente.

Avrebbe voluto toccarsi la guancia indolenzita, si rese conto che era stata più la sorpresa che il dolore dello schiaffo a colpirla.

Avrebbe potuto darglielo molto più forte: non voleva farle troppo male, o voleva mantenerla in vita di più, per torturarla più a lungo?

I suoi pensieri furono interrotti bruscamente. La donna le stringeva il viso con una mano e aveva ricominciato a parlarle:

«Ora ti spiego che succede, troietta. L’uomo che senti alle tue spalle ha deciso che vuole giocare con te, per questo sei qui. Tu fai la brava e vedrai che ti divertirai pure.

Prova a ribellarti e ci divertiremo solo noi. Ora ti preparo per lui. E visto che sei solo una puttana, non sei degna di ascoltare la sua voce.

Lui mi indicherà cosa vuole che io ti faccia. Tu non saprai chi ti fa cosa, sarai il nostro giocattolo per tutto il tempo in cui vorremo usarti. Fammi un cenno con la testa se hai capito».

Vittoria annuì col capo e, prima che potesse rendersi conto di cosa le spesse capitando, sentì strappare dalla bocca il nastro adesivo e le labbra della donna sulle sue.

La lingua entrò con prepotenza a cercare la sua, la ragazza si stupì della paura che lasciava spazio all’eccitazione. Rispose al bacio, ma la donna si staccò subito da lei, morsicandole il labbro, lasciandole in bocca il sapore del suo sangue e ritappandole subito la bocca col nastro adesivo.

Chi poteva essere quell’uomo che voleva giocare con lei? La sua mente vagava impazzita, come una pallina in un flipper. Cosa aveva intenzione di farle? E come avrebbe fatto a comunicare con quella stronza senza parlare?

L’ultimo pensiero che le si presentò alla mente la stupì molto: chissà se il bacio tra loro due lo aveva fatto eccitare, e se glielo aveva ordinato lui, di baciarla in modo così passionale.

Vittoria non si capacitava di quello che le stava accadendo: si stava eccitando anche lei, nonostante si trovasse in una situazione di estremo pericolo, o forse era la situazione stessa che la eccitava?

Certo, era una sua fantasia, di cui era riuscita a parlare a Marco non molto tempo prima, quando avevano raggiunto il giusto livello di complicità,  ma addirittura eccitarsi le pareva un po’ eccessivo.

In quell’istante sentì due mani che le prendevano la camicetta e gliela strappavano, facendole saltare tutti i bottoni. I capezzoli le si indurirono all’improvviso, e non solo per il freddo.

La gonna le fu sfilata con un movimento rude, senza alcuna cura. Ora era in reggiseno, mutandine e collant. Si sentiva ancora più indifesa, il freddo penetrava sempre più in profondo, le braccia cominciavano a darle fastidio e faticava a stare in piedi sulle punte.

Un oggetto freddo e sottile posato tra i seni la riscosse: udì il rumore delle lame che tagliavano il suo reggiseno. Smise di respirare e rimase immobile, in attesa del passo successivo.

I collant le vennero strappati senza pietà e rimase solo con addosso le sue mutandine. Sentì la lama delle forbici percorrere il suo addome e fermarsi sul pube. All’altezza del monte di Venere la lama si aprì e tagliò.

Un altro taglio sul fianco e gli slip caddero a terra.

Un brivido percorse il corpo di Vittoria. E ora che sarebbe successo?

Continua…

Pubblicato da Kitty

Sono una scrittrice e vivo con un gatto di nome Salem. Adoro il buon vino, le scarpe coi tacchi e il cioccolato, ma soprattutto il sesso, che vivo con fantasia e ironia, senza inibizioni e senza pregiudizi. Bisogna coltivare le proprie fantasie e cercare di realizzarle… così da farne nascere di nuove!

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