In ostaggio, parte seconda

Sentì dei passi che si avvicinavano piano e le giravano intorno. Non era la donna, erano passi diversi, suoni diversi. Suola di gomma e leggero suono metallico a ogni passo: Vittoria ipotizzò indossasse degli anfibi con delle borchie in metallo, e subito dopo si chiese a cosa le servisse tale informazione.

Nel frattempo i passi si erano arrestati, proprio dietro di lei.

Il respiro si fece ancora più affannoso, sentiva il suo respiro caldo sul collo. Si scoprì sempre più eccitata e meno paurosa: non sapeva come spiegarlo, ma sentiva degli inequivocabili spasmi al basso ventre e un’umidità sempre più abbondante fra le cosce. Se i capezzoli turgidi potevano essere causati dal freddo, la vagina fradicia non aveva altre spiegazioni che il desiderio.

E poi le sentì.

Due mani forti percorsero tutto il suo corpo, come se volessero ispezionarlo, frugare in ogni piega, in ogni angolo, in ogni buco… Vittoria cercò di divincolarsi facendo leva sulle punte dei piedi, fu più forte di lei. Sentì una fitta a un braccio e poi, di nuovo, la voce della sua carceriera.

«Stai buona, puttanella, altrimenti mi tocca darti un altro schiaffo, e stavolta potrebbe scapparmi la mano. Sai, lui non vuole che esageri, ha paura che ti rovini il tuo bel faccino, ma secondo me un bello schiaffone te lo meriteresti. Come ti meriteresti di stare appesa qui ancora per un po’, ma lui vuole usarti per bene e vuole che tu senta tutto ciò che ti faremo, quindi ora ti mettiamo più comoda. Non troppo, non illuderti».

Detto ciò sentì di nuovo il rumore delle corde sui tubi, la slegarono da entrambe le parti e le lasciarono ricadere le braccia lungo il corpo. Aveva ancora le corde intorno ai polsi, ma stava già riacquistando la sensibilità alle mani e la situazione le sembrava un sogno, rispetto a qualche istante prima.

Poi le venne in mente che non sapeva cosa le sarebbe accaduto ora e la paura ricominciò a crescere, di pari passo con la sua eccitazione. Ormai sentiva i suoi umori colare lungo le cosce, con un gesto istintivo portò la mano alla zona, ma subito una presa forte sul polso le bloccò il movimento.

«Qui c’è una cagnetta in calore, vedo… e non abbiamo ancora iniziato. Beh, sentiamo un po’».

Una lingua morbida e calda le percorse piano piano le cosce, sentiva le mani dell’uomo che le tenevano ferme e divaricate le gambe da dietro. La donna arrivò con calma al suo sesso e lo leccò ben bene, entrando in profondità con la lingua ed esplorando ogni centimetro di quella figa bagnata e gonfia per il piacere.

Vittoria faceva fatica a stare in piedi, le ginocchia le tremavano per il piacere, voleva resistere, non dare soddisfazione a quella perfida donna, ma stava godendo come non mai, e lei lo sentiva, stava succhiando il suo clitoride e leccando i suoi umori. Era a un passo dall’orgasmo, quando la donna smise: «Devo ammettere che questa troietta si sta comportando bene, aveva proprio ragione lei, signore. Credo che ci divertiremo. Vuole sentire com’è fradicia?»

Subito due dita la penetrarono con forza, facendola sussultare.

Vittoria non credeva avrebbe potuto mai provare un’eccitazione così profonda, mista a una paura fortissima. Dovette ripetersi che nessuno sapeva che l’avevano rapita, non aveva idea di dove l’avessero portata né se avessero intenzione di lasciarla in vita alla fine del gioco.

In questo modo il suo desiderio si quietò. Lui aveva tirato fuori le dita da lei, in silenzio, sempre in silenzio.

«Adesso cammina, è ora di giocare».

La donna accompagnò queste parole a un bello strattone. Vittoria, malferma sulle gambe per la paura e la posizione scomoda tenuta finora, si lasciò trascinare di pochi passi, poi si sentì sollevare e appoggiare con poca grazia su un piano di legno ruvido, che però costituiva il primo elemento di calore di quella folle nottata. Un penetrante miscuglio di odori arrivò al suo naso: legno, muffa, cera e altri che non riuscì a decifrare.

O che non volle decifrare: una spossatezza infinita si impadronì di lei, era distrutta, aveva freddo, aveva paura, il nastro adesivo sulla bocca le dava fastidio, le braccia erano ancora informicolate.

Le lacrime cominciarono a sgorgare abbondanti e a bagnarle la faccia e i capelli. E dopo le lacrime arrivarono i singhiozzi.

Voleva andare a casa, voleva che questa storia finisse.

La mano di lui prese ad accarezzarle piano i capelli, quasi a volerla consolare e ad asciugare le sue lacrime.

Poi lei parlò, dalla sua voce era sparito il tono sprezzante con cui le si era rivolta finora.

«Tranquilla, non vogliamo farti del male. Stai buona, fai la brava e goditi la situazione. Lo sappiamo che ti piace, ho sentito con la mia lingua quanto ti piace».

Vittoria si tranquillizzò, decise che voleva credere alle carezze rassicuranti di lui e alle parole di lei, anche loro rassicuranti, per un certo verso. Capì che non aveva altra scelta e che, forse, se fosse stata tranquilla e collaborativa a quei due non sarebbero venute in mente strane idee.

I singhiozzi calarono man mano di intensità fino a sparire, riprese a respirare regolarmente e si accorse che lui aveva smesso di accarezzarle i capelli.

Sentì dei rumori sulla sua destra, come dei sacchetti aperti e richiusi, come se qualcuno stesse cercando qualcosa o stesse estraendo oggetti dai sacchetti.

Vittoria si agitò sul tavolaccio. I rumori cessarono all’istante, Vittoria sentì il rumore dei tacchi che si avvicinavano a lei.

«Credo che la nostra puttanella sia pronta per giocare, signore. E ci siamo pure dimenticati di legarla… Provvedo subito».

Le sue braccia vennero alzate e le corde ai polsi tirate, probabilmente per farle passare in qualche gancio. Senti delle corde anche intorno alle caviglie, ora, e dopo poco ebbe anche le gambe immobilizzate e divaricate.

Era alla mercé di quei due, completamente indifesa ed esposta ai loro capricci, e la situazione la stava eccitando, di nuovo.

La vagina pulsava di piacere, i sensi erano all’erta per cercare di indovinare cosa le stesse per capitare. Per ora sentiva solo i tacchi della donna muoversi nella stanza, lui doveva essere fermo da qualche parte, a godersi lo spettacolo.

Lei si avvicinò al tavolo e cominciò a toccarla, ovunque.

Si fermò a stuzzicarle i capezzoli, che divennero ancora più turgidi. Glieli tirò, glieli succhiò e mordicchiò e poi, quando erano belli ritti, Vittoria sentì una fitta, prima al destro poi al sinistro. Immaginò che le avesse applicato delle mollette ai capezzoli, perché il dolore era continuo, anche se tollerabile. La ragazza dovette ammettere che provava un sottile piacere a percepire i capezzoli strizzati dalle mollette.

Poi la donna scese lungo il suo addome e, arrivata alla vagina, si mise a esplorarla e a toccarla come se fosse un pezzo di carne qualsiasi.

Vittoria sapeva di non essere mai stata così bagnata in vita sua, si sentiva addirittura in colpa nei confronti di Marco, il suo desiderio era un tradimento verso di lui, ma non riusciva a trattenere quell’onda di piacere che la stava travolgendo. Arrivò il suo primo orgasmo, direttamente sulle mani della donna, e mentre lei si contorceva per il piacere, l’altra le applicò due mollette alle grandi labbra.

Vittoria emise un urlo strozzato, per quanto riuscisse a urlare con la bocca chiusa dal nastro adesivo.

«Guardi, signore, come si contorce la nostra cagnetta. Allora vedi che ti stai divertendo? E adesso con queste godrai ancora di più» le disse facendo muovere le mollette e procurandole una fitta di dolore mista a intenso piacere.

Appena si riprese dall’orgasmo Vittoria riuscì a cogliere il rumore dei passi dell’uomo che si avvicinavano al tavolo.

Ora avrebbero giocato entrambi con lei? E cosa mai le avrebbero fatto?

La vagina pulsava sempre più, le pareva di impazzire.

Sentì qualcosa di morbido che la toccava, non riusciva a capire cosa fosse, sembrava di pelle, sembravano frange… stava ancora registrando tutte le informazioni quando ricevette un colpo deciso su un fianco e capì: era una frusta. La pelle del fianco le bruciava, cercò di muovere un braccio per andare a toccarsi dove era arrivato il colpo, ma ne arrivò un altro.

«Devi stare ferma, troietta»

Vittoria sussultò per il colpo. Le aveva fatto male. Le era piaciuto. Ne voleva ancora.

E ancora ne ebbe. Tre, quattro, cinque frustate. Ogni colpo le faceva più male, perché insisteva sulla parte già dolorante. Ma era un dolore misto a piacere, e un fiotto di desiderio le esplose tra le cosce.

Non sapeva chi l’avesse frustata, non le interessava neppure, si rese conto in quell’istante.

Era in attesa, sperava arrivassero altre frustate, desiderava sentire ancora quella sensazione di bruciore sulla pelle. La mano di lui, invece, prese ad accarezzarle il fianco, come se volesse lenire il dolore inferto poco prima, forse proprio da quella stessa mano.

Vittoria era disorientata da questi atteggiamenti opposti, di violenza e cura, non riusciva proprio a spiegarseli.

I suoi pensieri vennero interrotti dal rumore dei tacchi della donna, che si muoveva per la stanza.

Si irrigidì, comprendendo che andava a prendere un nuovo strumento di tortura per infliggerle altre pene e farle provare nuovi piaceri.

Sentì distintamente il suono di una cerniera che si apriva. Rumore di nastri che scorrevano su fibbiette metalliche, tacchi che tornavano indietro, verso di lei.

Era in preda a una fortissima eccitazione, le sembrava aumentasse ogni volta, e sempre di pari passo alla paura dell’ignoto.

I tacchi si fermarono esattamente accanto a lei.

Una mano si appoggiò accanto alla sua spalla, come per fare leva, e subito dopo qualcuno salì a cavalcioni su di lei. Con le sue gambe nude sentì il contatto con un materiale estremamente liscio, quasi scivoloso e freddo: pensò subito al lattice, una tuta in lattice nera, da vera dominatrice. Vittoria era sicura che fosse la donna. Il peso non era eccessivo, le cosce, per quanto potesse capire, sembravano sottili.

Cosa aveva intenzione di farle?

«Puttanella mia, adesso ti faccio divertire con un attrezzo che mi piace tanto. Se potessi vedere gli occhi di chi ci sta fissando, ti bagneresti ancora di più. Ma per giocare come si deve, togliamo queste».

Quest’ultima frase fu accompagnata da una fitta di dolore per Vittoria: la donna le strappò le mollette dalle grandi labbra, sempre senza tanti complimenti.

Subito dopo Vittoria venne penetrata a fondo e senza alcuna pietà da un oggetto semiduro e molto grosso, che non fece fatica alcuna a entrare, visto quanto era fradicia la donna.

Ora comprese il significato di quei suoni di fibbiette. La donna aveva indossato uno strap-on per poterla penetrare, e lo stava facendo con foga e irruenza, assestando dei colpi molto forti alle reni della donna, che godeva di un piacere senza limiti e emetteva suoni che, nonostante il nastro adesivo sulla bocca, erano inequivocabili. Ogni colpo, un guaito.

La donna, col fiato corto per lo sforzo, si rivolse al regista silenzioso di quella nottata allucinante.

«Sente quanto sta godendo la sua troietta, signore? Venga qui, la prego, venga lei stesso a vedere quanto».

Vittoria riuscì a malapena a sentire i passi di lui che si avvicinavano.

I colpi cessarono, lo strap-on uscì da lei con la stessa forza con cui era entrato e fu sostituito dalle dita dell’uomo, che presero a esplorare quella vagina sempre più gonfia e pronta a esplodere in un altro orgasmo.

Era proprio sulla soglia del culmine del piacere, cominciava a contorcersi, per quanto potesse vista la sua posizione, quando anche le dita uscirono da lei.

Vittoria, se non avesse avuto la bocca tappata, era disposta a implorare di continuare a penetrarla, mancava pochissimo all’orgasmo.

«Non si fa così, ragazza» disse la donna «Non decidi tu quando venire. Guardi come si contorce, signore. Ma dobbiamo giocare ancora un po’ con te. Intanto mi succhierò ben bene le dita che ti hanno penetrato, se lei signore me lo permette. Voglio sentire ancora il sapore di questa troietta»

Vittoria sentì distintamente i mugolii della donna che succhiavano avidamente le dita dell’uomo: era sempre più sconvolta della sua reazione a questa situazione. La paura che la pervadeva sembrava alimentasse la sua eccitazione, come benzina sul fuoco.

Stava procurando piacere a quei due psicopatici che esercitavano il pieno controllo su di lei, ed era orgogliosa di questo.

Mai avrebbe pensato di poter arrivare a provare tanto desiderio in un contesto del genere.

A dire il vero, mai avrebbe pensato di potercisi trovare, in un contesto del genere.

La donna, nel frattempo, era scesa dal tavolaccio e Vittoria registrò di nuovo rumori di corde che scorrevano sul metallo. Che la stessero liberando?

Pubblicato da Kitty

Sono una scrittrice e vivo con un gatto di nome Salem. Adoro il buon vino, le scarpe coi tacchi e il cioccolato, ma soprattutto il sesso, che vivo con fantasia e ironia, senza inibizioni e senza pregiudizi. Bisogna coltivare le proprie fantasie e cercare di realizzarle… così da farne nascere di nuove!

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