Un nuovo inizio

La prese per mano senza dirle una parola e la condusse verso la camera da letto. Lei aveva paura, non sapeva cosa aspettarsi, e nello stesso tempo una profonda eccitazione scorreva lungo ogni centimetro della sua pelle.

Il tocco delle sue mani, grandi e gentili, la rassicurò all’istante, decise che si sarebbe fidata, e affidata.

Lui la fece sedere sul letto e cominciò a spogliarla, molto lentamente e con estrema attenzione, come se fosse il compito più importante che avesse mai dovuto svolgere.

Lei non ebbe il coraggio di muovere un muscolo: aveva il terrore di commettere qualche passo falso e di meritarsi una punizione. Si ricordava ancora i colpi del frustino sull’interno coscia, anche se si era dimenticata il motivo della punizione.

Le mani del suo Padrone, intanto, continuavano a muoversi con gesti sapienti su di lei.

Lei si soffermò a interpretare il tocco di quelle mani, rendendosi conto che le venivano trasmesse nuove sensazioni. Quelle mani si stavano prendendo cura di lei, non avevano quella solita, scontata urgenza di esplorare il suo corpo per arrivare a un piacere tanto veloce quanto effimero.

Nessun uomo, Vittoria si rese conto in quel momento, l’aveva mai toccata così, con quella delicata attenzione.

Adesso era lì, inginocchiato davanti a lei, con le mani posate sulle sue ginocchia nude, e la guardava in silenzio.

«Sei bellissima, lo sai? E sei tutta mia, ora posso farti tutto ciò che voglio».

Queste parole la scossero, un brivido la percorse fino in profondità. Era esattamente ciò che aveva bisogno di sentire: l’appartenenza a qualcuno, qualcuno che si prendesse cura di lei, di ogni aspetto del suo essere. Sentiva che Marco era la persona giusta, l’aveva capito fin da subito, e lui aveva avuto il dubbio che lei gli avesse lanciato un incantesimo per legarlo a lei. Chissà…

Marco si alzò in piedi e la prese per mano.

«Vieni con me».

La portò in una stanza in penombra, Vittoria cercò di catturare più particolari possibili, sapeva che presto lui le avrebbe detto di abbassare lo sguardo. Ancora una volta la sorprese: prese una benda nera da una mensola lì vicino e gliela calò sugli occhi.

«In ginocchio, schiava. E non ti muovere, voglio trovarti esattamente in questa posizione ogni volta che mi verrà voglia di entrare in questa stanza per usarti. Vediamo se ne sei capace».

«Sì, mio Padrone, come vuole» rispose Vittoria, smaniosa di compiacerlo e di procurargli piacere.

«Direi».

Il tono duro e sprezzante con cui lui aveva ribattuto la fecero eccitare come non mai. In una situazione diversa non avrebbe mai permesso a nessuno, soprattutto a un uomo, di usare quel tono con lei.

In quel momento, in quella stanza, invece, erano bastate cinque lettere condite con la giusta dose di severità e arroganza per farla bagnare come una cagnetta in calore.

Marco, intanto, se ne era andato, chiudendo la porta e lasciandola lì, in ginocchio.

Vittoria cominciò a usare i sensi che le erano rimasti per studiare l’ambiente. Sentiva un forte profumo balsamico, come se fossero stati usati di recente degli olii essenziali.

L’udito era all’erta per cercare di capire cosa stesse facendo Marco nell’altra stanza.

Sentiva solo della musica di sottofondo, le sembrò di riconoscere una canzone di Sting, ma non era abbastanza lucida per capire di che brano si trattasse. Di sicuro non era la sua principale preoccupazione in quel momento. Doveva stare attenta per sentire i passi che si avvicinavano alla porta e farsi trovare nella posizione che le aveva ordinato di mantenere.

Ma lui si era tolto le scarpe: Vittoria lo capì quando, all’improvviso, sentì spalancarsi la porta.

In un attimo sentì le sue labbra percorrere il suo collo, salire a mordicchiarle l’orecchio e arrivare alla sua bocca. Non ne aveva mai abbastanza di quei baci voraci,  che gridavano passione, possesso, come se volesse divorarla, farla sua in tutti i modi possibili.  

E poi, come era arrivato, se ne andò senza una parola e la lasciò lì, in ginocchio, tremante per l’eccitazione.

Si agitavano in lei emozioni contrastanti che a turno si affacciavano alla sua mente.

Se le immaginava fare a pugni nella sua testa, e quando una aveva la meglio sulle altre si affacciava al balcone del suo cervello, finché non veniva ricacciata nella mischia.

Si sporse inizialmente il desiderio di sentire aprire quella porta e di essere posseduta dal suo Padrone.

Poi prese il sopravvento la paura, che tirò giù dal parapetto il desiderio e le fece sperare di rimanere in quella stanza da sola, al sicuro nel suo angolino.

E mentre si sporgeva la voglia di trasgressione, ecco che si aprì la porta.

Marco le si avvicinò e le mise qualcosa intorno al collo.

Quando si sentì stringere la gola Vittoria capì: si era guadagnata il collare.

Più si stringeva, più le sembrava di ricominciare a respirare: il collare le era mancato più di ogni altra cosa, sebbene avesse fatto tanta resistenza ad accettarlo, all’inizio.

E se ne andò un’altra volta.

Ma ora lei si godeva il suo nuovo accessorio: lo toccò, per cercare di capire se fosse quello che aveva suggerito lei: non osava togliersi la benda per guardarlo, se fosse entrato Marco e l’avesse vista senza benda, altro che frustino sull’interno coscia. Due bei ceffoni non glieli avrebbe levati nessuno.

Era abbastanza alto e rigido, non lasciava molta libertà di movimento al collo. Era molto spesso e dalle cuciture poteva essere quello nero con i profili rossi che le piaceva tanto.

Fece appena in tempo ad abbassare le braccia che la porta si era riaperta.

Si sentì sollevata di peso e appoggiata a pancia in giù su un piano di legno.

Marco le scostò le mutandine e la penetrò di colpo, senza alcun complimento.

Vittoria sussultò per la sorpresa e il piacere: la sua eccitazione era tale, in quella situazione, che non aveva certo bisogno di preliminari per preparare la zona. Era bagnata fradicia da parecchio tempo, quindi il suo membro entrò senza alcun problema. Era parecchio eccitato anche il suo Padrone, a giudicare dall’erezione che aveva, e questa constatazione riempì di orgoglio Vittoria.

Far eccitare così tanto il proprio Padrone è, per una schiava, uno dei più profondi piaceri.

Marco le assestò parecchi colpi, sempre più forti, che la squassarono ben bene.

Poi uscì da lei, poco prima che potesse raggiungere l’orgasmo, e le disse: «Ora rimettiti in ginocchio, puttana. Spero di trovarti ancora così bagnata quando torno. Sempre che abbia voglia di scoparti ancora un po’».

Le diede una mano a ritornare nella posizione iniziale e, mentre lei si metteva giù, le si avvicinò all’orecchio e le sussurrò con un tono di voce dolcissimo: «Che brava la mia schiava. Sono proprio orgoglioso della mia merce».

Vittoria sentì un tuffo al cuore.

Questi cambi di registro tra loro la mandavano in confusione e la stimolavano allo stesso tempo.

Con Marco non si poteva mai abbassare la guardia, bisognava stare sempre all’erta e cambiare al volo i passi di danza, seguendo il ritmo che lui decideva di imporre alla situazione.

Era un coreografo spericolato e fantasioso, che dava alle sessioni continui, emozionanti scossoni.

E Vittoria voleva continuare a ballare.

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Pubblicato da Kitty

Sono una scrittrice e vivo con un gatto di nome Salem. Adoro il buon vino, le scarpe coi tacchi e il cioccolato, ma soprattutto il sesso, che vivo con fantasia e ironia, senza inibizioni e senza pregiudizi. Bisogna coltivare le proprie fantasie e cercare di realizzarle… così da farne nascere di nuove!

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