Tequila boom

Uno shot di tequila, ma prima di berlo si deve bagnare la pelle tra il pollice e l’indice con il succo del lime, strofinando la fetta, ed un pizzico di sale sopra il liquido. Poi si succhia, ed infine giù la tequila! Ecco diciamo che Sissi e John avevano dato un’interpretazione tutta loro di dove spalmare il liquido del lime, il pizzico di sale e quando bere la tequila… ma si sa, nessuna fantasia deve avere limiti. Si spalmavano il lime a vicenda, sui corpi nudi, caldi ed eccitati, leccandosi ovunque e sorseggiando tequila… dalla finestra aperta si sentiva una musica piacevole in sottofondo. I mariachi si esibivano in un tipico folk allegro che movimentava quel gioco di corpi. Sissi prese in bocca il turgido pene di John, lui la afferrò per le gambe e si portò la sua dolce fichetta sulla bocca… entrambi si succhiavano e assaporavano con intensità e desiderio come a non volersi lasciar sfuggire nulla. La lingua di Sissi correva su e giù fino sotto le palle e succhiava profondamente quel pene così gonfio solo per lei. La bocca di John traboccava degli umori di Sissi che si stava lasciando andare e aveva una gran voglia di sentire John tra le sue gambe. Così, si girò e si prese quel che voleva, finalmente sentiva quel pene trafiggerla con vigore. Su e giù piano, poi un po’ più veloce, John aveva la splendida visuale del corpo di Sissi e allungando le mani poteva tenere i suoi seni. Sissi dal canto suo si prendeva cura delle palle di John accarezzandole e stimolandole. Ma a quel punto John doveva spostarsi o non sarebbe durato a lungo, prese Sissi e la mise a pancia in giù, facendole tenere le gambe chiuse.”Oh accidenti, così impazzirò“ si dimenò per un attimo Sissi, ma poi si arrese a quella breve sottomissione. Era bagnatissima, John le stimolava con delicatezza l’ano. Dopo qualche minuto in quella posizione alzò il ventre di Sissi, che riuscì ad aprire le gambe e mettersi comoda per ricevere John fino in fondo, si sciolse definitivamente nel sentire ancora il dito di John sul suo culetto quasi desideroso di avere di più… la penetrazione di John era intensa e profonda e Sissi non voleva smettere di sentirla. Meno male i Mariachi coprivano parte delle sue grida di piacere o quelli della camera a fianco avrebbero chiamato la polizia! John le assestò uno schiaffetto sulle chiappe. Da quel momento non passo molto che entrambi arrivarono al culmine del piacere e caddero sfiniti in un abbraccio. La bottiglia di tequila era a metà ma sicuramente avrebbero trovato il modo di terminarla…

Caccia al tesoro

Valeria teneva quella scatola in grembo da oltre cinque minuti, senza trovare il coraggio di aprirla, anche se la tentazione era forte, fortissima.
Lui le aveva scritto qualche giorno prima: «Riceverai un pacco. Aprendolo, capirai quello che voglio da te».

Quando riceveva questi ordini si eccitava da morire, e più criptici erano, più la facevano eccitare. Lui lo sapeva, e si divertiva a stuzzicarla, giocando con lei come il gatto col topolino.

E ora il pacco era lì davanti a lei, sapeva che, una volta aperto, non sarebbe più stata in grado di fermarsi, ma avrebbe eseguito alla lettera tutto ciò che lui le avesse ordinato di fare. Respirò profondamente e cercò di capire se era più impaurita o eccitata. Nel frattempo, come per temporeggiare, soppesò bene il pacco. Non era particolarmente pesante, a Valeria sfuggì una risatina e commentò tra sé e sé: «Peccato, non ci sono di sicuro delle catene».
Era arrivato il momento di affrontare il mistero: Valeria lacerò la carta e, più in fretta possibile, come se avesse paura di tirarsi indietro, aprì la scatola di cartone rosa shocking.

La prima cosa che notò furono un paio di décolleté di vernice nera, con un altissimo tacco a spillo e con la suola rosso fuoco. Il respiro le si mozzò, non credeva di aver mai visto nulla di più sexy e intrigante. Quando il ritmo del suo respiro tornò alla normalità, si rese conto che nella scatola c’era anche altro. Sul fondo scorse qualcosa di bianco, traslucido. Era un impermeabile, abbastanza corto, con una semplice cintura in vita come chiusura. Poi un sacchettino di seta nera. Valeria aprì il nastrino e vide che conteneva un tanga di pizzo che lasciava ben poco all’immaginazione e un paio di autoreggenti nere, velate e impalpabili.

E per ultimo, una busta dello stesso colore della scatola. La aprì con mani tremanti, era il momento della verità. Lì avrebbe trovato le istruzioni, che non vedeva l’ora di mettere in atto.

Cominciò a leggere: «Presentati alla reception dell’Hotel Savoia Excelsior alle 21. Presenta alla reception la card che trovi nella busta e riceverai ulteriori istruzioni».
Valeria era eccitatissima. Le restavano poche ore per prepararsi a una nottata speciale, in uno degli hotel più belli di Trieste. Non sapeva cosa la attendesse, ma aveva intenzione di godersi appieno quelle ore di trasgressione, senza pensieri, senza ansie. Ma ora doveva prepararsi, avrebbe curato ogni minimo dettaglio, insomma, sarebbe stata bellissima.

Alle 21, puntuale come sempre, eccola lì, al bancone della reception, agitata come una quindicenne scappata di casa per una serata proibita. Era raggiante, le scarpe slanciavano la sua figura snella e rendevano il suo polpaccio estremamente sexy. Quando le aveva indossate si era sentita potente, aveva il mondo ai suoi piedi e poteva fare tutto ciò che desiderava: il potere di un magnifico paio di tacchi.
Aveva deciso di non esagerare col trucco, ma non aveva certo rinunciato al suo rossetto rosso laccato, lucidissimo: non vedeva l’ora che qualcuno glielo togliesse a furia di baci voraci.

Il concierge non riusciva a staccarle gli occhi di dosso mentre lei cercava il suo documento nella borsa. Nonostante l’agitazione e le mani che tremavano mentre cercava di estrarre la sua carta di identità, sentiva il suo sguardo fisso su di lei: e come dargli torto?

Espletate le formalità, Valeria ricevette una busta, sempre rosa shocking, che decise avrebbe aperto in ascensore, non voleva soddisfare la evidente curiosità dell’uomo di fronte a lei. Con la sua card ora poteva raggiungere la suite, all’ultimo piano.
Aveva tutto il tempo di leggere le ulteriori istruzioni. Si rese conto di essere sempre più eccitata.

«Benissimo. Ora entrerai nella suite e troverai dei bigliettini arrotolati. Su ogni nastro ci sarà un numero, saprai così con quale ordine eseguire i miei comandi. Devi fare molta attenzione, però: non potrai emettere alcun suono, neppure un gemito, pena la fine del gioco. E io avrei intenzione di giocare con te tutta la notte. Conto sulla tua obbedienza, non deludermi».

Un fremito di piacere la percorse da capo a piedi. Non era ancora entrata nella stanza, ma già sentiva l’eccitazione salire, sapeva di essere già fradicia di piacere. Quell’uomo sapeva suonare i tasti della sua fantasia per portarla a un piacere sempre più profondo e intenso.

Aprì la porta con estrema lentezza, come se avesse paura di guastare il momento tanto atteso. La suite era immersa nella penombra, c’erano solo candele sparse ovunque che mandavano tremuli bagliori. Un tavolino era subito lì, all’entrata, e sopra Valeria vide un cestino con alcuni foglietti arrotolati, come era scritto nella seconda lettera. C’era accanto al cestino un cestello del ghiaccio con una bottiglia di spumante, aperta, e due coppe già piene.

E poi lo vide. Lui era in fondo alla stanza, accomodato su una poltrona dagli alti braccioli. Indossava una camicia bianca e un paio di pantaloni scuri. Incontrò il suo sguardo e vi lesse un profondo desiderio, e una buona dose di divertimento. Lui la teneva in pugno, lo sapevano entrambi, e questa cosa li eccitava da impazzire.

Valeria si avvicinò al tavolino e cercò il biglietto con il numero uno, si rese conto, una volta trovato, che le sue mani tremavano così tanto da rendere faticoso lo sciogliere il nodo del nastro rosso che legava il biglietto.

La sua fatica venne finalmente premiata. «Ora togliti l’impermeabile e appendilo nell’armadio. non dovrai toglierti altro, per tutto il resto della serata». Questa istruzione era semplice da eseguire, anche se lei avrebbe preferito buttare l’impermeabile per terra e passare subito al biglietto numero due. Capì che era un suo modo per sospendere il piacere. Eseguì con calma gli ordini e, mentre si muoveva praticamente nuda per la stanza, per tornare al tavolino, sentì lo sguardo dell’uomo percorrere ogni centimetro della sua pelle.

Biglietto numero due: «Prendi le coppe di spumante e portale da me. Me ne offrirai una mentre tu berrai l’altra, tutta d’un fiato. Mi raccomando, lo sguardo basso. Non osare alzare gli occhi verso di me».
Come da istruzioni, si avviò verso di lui con le due coppe in mano, sperando di non farle cadere. Mentre avanzava percepì l’assordante silenzio che riempiva la stanza. Non c’era posto per alcun rumore.
Porse la coppa al suo uomo che le sfiorò appena le dita, procurandole quasi una scossa elettrica, tanto era eccitata. Bevve il suo spumante e si sentì subito più rilassata.

Tornò verso il tavolino, biglietto numero tre: «Apri il primo cassetto a destra del cassettone, troverai un dildo. Dovrai masturbarti di fronte a me, in piedi e in silenzio, assoluto silenzio. Attenzione, non dovrai arrivare all’orgasmo, ma dovrai fermarti un attimo prima, rimettere il dildo al suo posto e andare a prendere il nuovo biglietto. Ricordati di non alzare lo sguardo».
La situazione si faceva complicata, Valeria era così eccitata che temeva che anche solo la vista del dildo l’avrebbe fatta venire. Si chiese, rischiando di mettersi a ridacchiare, se fosse possibile per una donna, una volta tanto, fingere di non aver raggiunto l’orgasmo.

Non voleva interrompere quel gioco per nulla al mondo, quindi si armò di determinazione e andò a estrarre il sex toy dal cassetto. Era un dildo in vetro trasparente, bellissimo. Valeria lo prese, chiuse il cassetto e si posizionò davanti a lui. Divaricò le gambe, spostò il tanga e cominciò a masturbarsi, stando ben attenta a non farsi sfuggire il controllo della situazione. Il dildo entrò nella sua vagina senza alcuna difficoltà, era fradicia di desiderio. Nonostante la posizione scomoda, in equilibrio sui tacchi altissimi, l’eccitazione salì ancora di più. Riuscì a stento a non emettere alcun gemito, nonostante il piacere. Immaginava di avere il suo pene tra le mani e tra le cosce e fece appena in tempo ad accorgersi che era lì lì per venire. Si bloccò, a malincuore estrasse dalla sua vagina il sex toy, grondante dei suoi umori, lo ripose nel cassetto e, malferma sui tacchi, tornò verso il tavolino. Nel cestino c’erano ancora alcuni foglietti, Valeria si chiese quanto avrebbe dovuto aspettare per poter raggiungere l’orgasmo, ma non ebbe il coraggio di contarli. Le venne in mente una possibilità: conoscendolo, avrebbe potuto mettere anche più bigliettini rispetto alle istruzioni che aveva intenzione di impartirle, solo per disorientarla e lasciarla nel dubbio. Sapeva benissimo che i numeri la agitavano, e lui stanotte non la desiderava certo tranquilla.

Biglietto numero quattro: «Se sei arrivata fino a qui, sei stata proprio brava, ti meriti una ricompensa. Ora verrai davanti a me, ti inginocchierai tra le mie gambe, mi tirerai fuori il cazzo e me lo succhierai finché non deciderò di farti smettere. Continua a non alzare lo sguardo». Finalmente! Moriva dalla voglia di tenerlo in bocca e succhiarlo avidamente, immaginava che sarebbe stato gonfio per l’eccitazione, enorme e duro.

Valeria si avvicinò all’uomo, che sembrava non si fosse mai mosso, ed eseguì alla lettera anche queste istruzioni, con enorme piacere. Il suo membro non deluse le aspettative della donna, il gioco non aveva eccitato solo lei. Lo prese tutto in bocca, fino in gola, quasi volesse soffocare dal piacere. Lui rimase immobile per un tempo che a lei parve infinito. Sentiva il suo cazzo sempre più duro nella sua bocca, si stava godendo in pieno quel pompino quando si sentì prendere per i capelli per allontanare la sua bocca. Sperò che lui non si accorgesse della sua delusione, adorava fargli i pompini e avrebbe succhiato quel cazzo per ore. Si ricordò di tenere la sguardo basso, ma fece fatica quando cominciò a sentire le mani dell’uomo che la toccavano, con un’urgenza e una passione sempre più forte. Tenendola ancora per i capelli la fece alzare e si alzò anche lui.

La mise contro il muro, di spalle, le spostò il tanga, le mise una mano sulla bocca e la penetrò con forza, improvvisamente. Lei soffocò un urlo di sorpresa e piacere, finalmente la stava possedendo, con irruenza e foga, proprio come piaceva a lei.

Mentre la scopava con vigore le morsicava l’orecchio, le sue mani si insinuavano ovunque, le sue dita le stuzzicavano i capezzoli, turgidi per il godimento.

D’improvviso si interruppe, uscì da lei e la fece girare. Lei, memore delle istruzioni ricevute, anche se faceva sempre più fatica a mantenere la concentrazione e l’equilibrio su quelle bellissime ma altissime scarpe, tenne lo sguardo basso. Lui le mise una mano sotto al mento e le alzò il viso, in modo che lei potesse finalmente guardarlo negli occhi. La potenza del desiderio in quello sguardo la travolse come un’onda di piena, si sentì invincibile. Era lui che possedeva lei, o piuttosto il contrario?

Non riuscì a rimanere concentrata su quella domanda, lui cominciò a baciarla come se volesse divorarla, come se non avesse pensato ad altro tutta la sera.
La buttò sul letto, le scarpe volarono via, ormai avevano compiuto il loro dovere, lui ricominciò a scoparla con foga.

E quando lei ormai era sul punto di raggiungere l’orgasmo e sapeva che nulla avrebbe potuto fermarlo, lui avvicinò le labbra al suo orecchio e le disse le uniche parole di quella serata fantastica: «Sei il mio giocattolo, ora urla quanto vuoi».

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La monaca, pizzi peccaminosi

Napoli, inizi 1600 monastero di Santa Chiara.

Eccoci qui cara la mia Clarissa, ti scrivo questa lettera dopo averti vista al mercato con il cesto dei pizzi, ne avevi alcuni così belli e particolari che mi hanno davvero colpito. Li hai cuciti tu?Per il prossimo mercato del sabato me ne puoi fare uno nero a fascia di circa 10cm con due nastri di raso ai lati, si può? Te ne sarei davvero grato, pagherò bene.

Ferdinando preparò delle monete e le mise in un sacchettino di juta, inserendo all’interno anche un bigliettino, “Questo è il mio regalo per te”.

La Badessa consegnò a Clarissa la missiva e si accertò che iniziasse subito i preparativi per il pizzo, il convento aveva sempre bisogno di fondi. Clarissa quindi, tra una preghiera e l’altra, cuciva minuziosamente. La sua stanza era nel lato sud, quindi aveva una buona luce fino a sera. Inoltre aveva una splendida vista sulla campagna e in lontananza si scorgeva anche il casolare di Ferdinando, che aveva un fondo e un piccolo allevamento di cavalli. Arrivò il sabato e Clarissa uscì nel chiostro del convento per la consueta vendita settimanale dei pizzi. L’altro compito era quello di invitare i fedeli, dopo la messa della domenica, a lasciare frutta o verdura per il convento. Finalmente arrivò Ferdinando con il suo scaltro visino e un ammaliante sorriso, scese da cavallo e si avvicinò a Clarissa che, un po’ imbarazzata, gli consegnò il pizzo. Ferdinando velocemente, sollevando la manica dell’abito monacale, legò il pizzo all’avambraccio di Clarissa e le consegnò il sacchettino con le monete, le disse soltanto che si sarebbero rivisti il sabato successivo e galoppò lontano. Clarissa rimase ancora per le ultime vendite, muovendosi cauta e assicurandosi di non mostrare il pizzo sul braccio.

Aprendo il sacchetto delle monete per contarle, trovò il biglietto e si apprestò ad infilarlo nella manica sotto al pizzo legato, così arrivata in stanza avrebbe potuto leggerlo indisturbata. Consegnò l’incasso alla Badessa attenta a non destare sospetti. Finalmente sola, lesse il biglietto, guardò quel pizzo legato al suo braccio e ci fantasticò su, immaginandosi con i polsi legati o usandolo sul volto come maschera. Percepì salire dentro di lei una strana curiosità a riguardo, ma era in un convento. Era finita lì solo per volere della famiglia, poiché non volevano disperdere la dote, in favore del fratello maschio. In tal modo lui avrebbe potuto ottenere una posizione di maggior interesse da parte di nobildonne. Comunque pur senza fede o devozione le regole erano regole, e la Badessa aveva intenzione di farle rispettare. La settimana sembrava essere infinita, ma fortunatamente con il passatempo dei pizzi Clarissa riusciva a divertirsi. Creò cosi di nascosto un pizzo nero a mascherina, era molto giovane e aveva un fisico asciutto ma tonico, provò ad imbastire anche una veste con scampoli di raso e pizzo ma non avendo molto materiale a disposizione, la mise in un angolo nascosto dell’armadio per una prossima finitura. Ferdinando aveva preparato un altro biglietto: “Cara, spero il mio pensiero ti sia piaciuto, vorrei poterti vedere, se riuscissi a uscire con la scusa di recarti a casa, fammi avvisare dalla Badessa per il trasporto, ti accompagnerò con una delle mie carrozze.” Il sabato pomeriggio il chiostro era aperto al pubblico laico e verso sera arrivò Ferdinando. Portava farina e verdura in beneficenza, lasciò anche una stoffa per Clarissa e il sacchettino delle monete con il biglietto. I due, mentre Ferdinando porgeva la stoffa, si sfiorarono e con uno sguardo intenso e profondo si salutarono.

Clarissa si affrettò a controllare il sacchetto in juta e tolse subito il biglietto, che nascose rapidamente. L’indomani andò a colloquio con la badessa e chiese di poter tornare dalla famiglia, accompagnata dalla carrozza dei mezzadri a sud. La Badessa acconsentì allo spostamento della giovane, purché fosse soltanto per la giornata di giovedì. Con la stoffa consegnata, riuscì a finire la veste che aveva messo da parte. Quando si vestì per uscire dal convento se la infilò sotto la tunica, insieme al nastro di pizzo che legò al braccio. Ferdinando arrivò puntuale e partirono verso la casa di Clarissa, lungo il tragitto però fermò la carrozza in una radura, così finalmente i due riuscirono a stare soli. Subito Clarissa levò le vesti monacali per non destare sospetti nel caso qualcuno si avvicinasse alla carrozza e Ferdinando si sedette di fronte a lei. Protetti da quell’involucro, lui ammirava il colore perfetto della pelle di Clarissa, color perla, non uscendo quasi mai non poteva colorarsi. Aveva utilizzato anche un olio essenziale al limone dopo il bagno della sera. Si guardavano e sfioravano, avevano molto da raccontarsi quei due anche se si guardavano solamente, senza palare. Ferdinando notò la veste che indossava Clarissa, ricamata con minuzia di dettagli, e il pizzo al braccio che slacciò e utilizzò subito per legarle i polsi. Quel corpo così armonioso, bello e profumato faceva impazzire Ferdinando che abituato ad una vita di stalla e contadine sembrava toccare il cielo con un dito. La voleva, la desiderava… ma sapeva anche di dover far piano, per lei era la prima volta. Clarissa dal canto suo, ventenne, non aveva mai avuto occasioni, ma capiva che il desiderio di provare certi piaceri era più forte che rinunciarvi. Si sentiva infuocata e non sapeva bene come muoversi, per altro con i polsi legati… aveva ben poco da muoversi, ma accettò la sottomissione, e si lasciò baciare e leccare ovunque da quella bocca carnosa e affamata. La sua vagina pulsava e non aveva idea di cosa stesse succedendo, ma sapeva che non voleva smettere, Ferdinando le infilò le dita mentre con la lingua si divertiva a farla colare di piacere, era pronta, delicatamente si appoggiò piano con il suo membro forte e gonfio, Clarissa aprì le gambe più che poteva per fare spazio, non sentiva dolore, solo piacere e si rilassò lasciando che quel ragazzo così attraente si muovesse dentro di lei. Avrebbe voluto gemere o gridare di piacere ma si trattenne per non attirare l’attenzione di qualche passante. Ferdinando, poco prima di venire uscì dal grembo di Lei e le posò il suo membro pulsante al petto lasciandosi andare all’orgasmo.

Dopo qualche bacio si spostarono fuori dalla carrozza e si diressero a un ruscello non molto distante per rinfrescarsi.Giocarono e si schizzarono con l’acqua. Poco dopo, soddisfatti e sorridenti ripresero il viaggio verso la casa di Clarissa. Per un po’ la giovane si sedette con Ferdinando al posto di guida, così chiacchierarono, ma l’idillio non durò molto, la destinazione era in vista. Lei riprese posto all’interno della carrozza.

Dopo quella giornata in famiglia si doveva rientrare al convento, non c’era possibilità di fermarsi, era troppo rischioso, quindi veloci come il vento tornarono dalla Badessa con la promessa di rivedersi presto.

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Canchanchara

6 cl di rum
2 cucchiai di miele
1 cucchiaino di succo di lime
ghiaccio

Francesca mescolò il miele col succo di lime nelle tazza di terracotta, aggiunse il rum e qualche cubetto di ghiaccio e raggiunse Letizia, che la aspettava seduta sul divano.

«È semplicissimo da fare, non l’avrei mai detto! Già ti immaginavo far volteggiare lo shaker come un bartender da campionato… sono quasi delusa». L’amica sorrise, si sedette sul divano e con sarcasmo rispose: «Se vuoi posso far volteggiare la tazza… ma poi chi pulisce il divano? Comunque hai ragione, pensavo pure io che sarebbe stato complicato da fare, e invece è proprio una sciocchezza!»

«Questo non vuol dire che d’ora in avanti lo berremo sempre a casa, vero? Adoro uscire per l’aperitivo il venerdì sera…»
«Se avessi evitato di slogarti la caviglia cadendo da un banale scalino, a quest’ora saremmo in centro a bercelo con tutta calma!»

«Hai ragione Francesca, sono proprio un disastro! Anzi, ti ringrazio perché sei venuta a tenermi compagnia. Mi stavo annoiando a morte, chiusa in casa tutto il giorno!»

«A che servono le amiche, se non per bere insieme? Lo sai che non si può mai bere da sole! Adesso sentiamo un po’ se è all’altezza del nostro modello di riferimento…»

Le due ragazze assaporarono il loro cocktail in religioso silenzio, un silenzio carico di aspettative… Posarono le tazze quasi in contemporanea sul tavolino davanti al divano e si guardarono soddisfatte: esame passato!
Il connubio di dolce e aspro funzionava alla perfezione e il ghiaccio non dava alcun fastidio, anche se la serata invernale era particolarmente rigida. Ma il caminetto era acceso e il fuoco scoppiettava allegro, lasciando tutto il freddo fuori dalla stanza.

Letizia riprese in mano la tazza e anche il cellulare, facendo partire della musica.
«Dai che animiamo la serata! Ma credo che ne serva un altro di questi» disse agitando la tazza, vuota «Visto che sei così brava a farlo…»

Francesca non se lo fece ripetere due volte, finì anche il suo cocktail e tornò al bancone della cucina, per ripetere la magia. Stavolta fece un po’ più di fatica a concentrarsi, sentiva già la testa vuota e quella sensazione di leggera euforia che sempre accompagnava le sue bevute, soprattutto se cominciava a bere a stomaco vuoto. I freni inibitori, anche se lei ne aveva già pochi da sobria, si disattivavano e cominciava a ridere per qualsiasi cosa, non riuscendo più a smettere.

La missione fu comunque portata a compimento e dopo qualche minuto Francesca tornò al suo posto di combattimento, un po’ malferma sulle gambe ma decisa a godersi anche il secondo giro. Letizia la guardava con aria divertita, conosceva i segnali ormai: c’erano tutti i presupposti per una serata scoppiettante, tanto quanto quel caminetto davanti a loro.
Nel frattempo partì una delle canzoni preferite di Francesca, “Shape of you” di Ed Sheeran. Quando ascoltava quella canzone non riusciva a stare ferma, e ascoltarla da brilla era molto meglio. Bevve ancora un po’ del suo cocktail e si alzò in piedi, si tolse le scarpe e cominciò a ballare, lasciandosi trasportare dalle note sensuali e conturbanti della canzone. Letizia era invidiosa, con quella caviglia non poteva certo fare compagnia all’amica, anche se ne aveva una voglia matta. E, cominciò a pensare, non solo di ballare con lei. Si sorprese dei pensieri che cominciavano a frullarle in testa, non aveva mai guardato Francesca sotto quella luce e ora le pareva di vederla per la prima volta. I suoi movimenti non erano per nulla aggraziati, eppure la noncuranza che manifestava li rendevano sensuali. Sembrava una ragazzina. Si stupì della sua profonda voglia di baciare quelle labbra che non azzeccavano nemmeno una parola del testo.

Francesca si fermò un attimo per riprendere fiato, si tolse il vestito e rimase in reggiseno e perizoma, rossi, coordinati, come suo solito: aveva la mania dei completini intimi coordinati. Poi si girò verso Letizia e la sua espressione divertita cambiò improvvisamente. L’atmosfera nella stanza era mutata, la tensione sessuale si percepiva chiaramente, ora la sentiva anche Francesca.

Con uno sguardo carico di pensieri piccanti, e con tutte le intenzioni di metterli in pratica, si avvicinò all’amica che per forza di cose non poteva far altro che stare immobile sul divano, ma che era elettrizzata per quanto stava per accadere.

Si mise a cavalcioni su di lei, le scostò i capelli dal viso e cominciò a baciarla con tenerezza. Letizia aprì le labbra e le loro lingue cominciarono a godere di quel gioco nuovo tra loro, quasi proibito. I baci divennero sempre più appassionati, Francesca tolse la t-shirt all’amica e la aiutò a sistemarsi meglio sul divano. Ridacchiarono per la scarsa mobilità di Letizia, che era un po’ preoccupata di aggravare la sua slogatura. «Non pensarci» le disse Francesca slacciandosi il reggiseno e ricominciando a baciarla.

Letizia ne approfittò subito e cominciò a strizzarle i capezzoli, che si inturgidirono ancora di più. Francesca emise dei gridolini di piacere e ricambiò mordicchiandole le labbra carnose. L’atmosfera nella stanza era sempre più bollente, nonostante il fuoco nel camino fosse stato lasciato morire: c’era ben altro fuoco da attizzare.

E così si ritrovarono entrambe nude sul divano di pelle bianca, dimentiche di come fossero arrivate a quel punto. Si presero una pausa per finire il loro cocktail. Rimasero qualche secondo a fissarsi, le tazze in mano, vuote. Francesca mise i due recipienti sul tavolino, guardò l’amica per capire se fosse pronta ad arrivare fino in fondo e quello che lesse nei suoi occhi le piacque da impazzire: desiderio di trasgressione, di andare oltre i limiti, di provare nuove sensazioni.

Tuffò la testa tra le cosce di Letizia e trovò il suo clitoride già gonfio e turgido. Era fradicia, Francesca assaporò tutto il suo piacere, eccitandosi sempre più, man mano che sentiva con la sua lingua crescere l’eccitazione dell’amica. Cominciò a toccarsi, voleva raggiungere l’orgasmo insieme a Letizia, il loro primo orgasmo e chissà, magari anche l’ultimo.

Non sapeva se avrebbero ripetuto l’esperienza, e si stupì del fatto che non gliene importasse molto: voleva viversi quel momento speciale, che sarebbe rimasto un segreto, magico momento speciale tra loro.

Con questi pensieri che si agitavano tra loro raggiunsero entrambe l’orgasmo, intenso e profondo. Francesca si accasciò accanto a Letizia, che le fece un po’ di posto sul divano, e rimasero abbracciate, in silenzio, per un po’, come se avessero paura di interrompere con le parole quella serata perfetta tra amiche.

#distantimauniti

Non so più quanti giorni sono passati, sicuramente tanti. Credo un mese, ma forse di più. Il lavoro però ci tiene impegnati e questo fa da cuscinetto, per ammortizzare le mancanze. Dire che mi manchi è poco ma…

Finalmente tranquilla, ora posso inviarti le foto che preparai qualche giorno fa. seleziono la mia preferita…penso a quanto vorrei vedere la reazione che avrai nell’aprire il messaggio. Immagino il tuo splendido sorriso, un po’ sornione, e i tuoi occhi illuminarsi per quel gesto tanto banale, quanto intimo e profondo.

Per accompagnare l’immagine (anche se lasciava pochi dubbi), aggiungo un semplice : “ho voglia di te”…

La risposta, con sommo piacere non si è fatta attendere molto.

O maddoonnna….🐽🐽😍😍 con questa foto, se devo dire tutto, sarei anche già pronto per mettertelo dentro!

anche tu stupendomi, decidi di scambiare una tua immagine della situazione. La mia risposta: “Siiiii, quanto mi piace, avrei voglia di succhiarlo e leccarlo tutto da cima a fondo, senza lasciarne nemmeno un millimetro”.

“Vorrei essere lì, sopra di te, averti dentro, tutto, fino in fondo, morderti i capezzoli, per sentirti contrarre in un gemito di dolore e piacere. Vorrei leccarti le labbra socchiuse e lasciarti lì, in attesa della mia saliva che ti cola in bocca. Non vedo l’ora di morderti ovunque il petto, e il ventre per lasciarti i segni che tanto adori, sfogando così ogni mia tensione. Vorrei sentire la tua lingua scorrere ovunque sulla mia pelle tesa e desiderosa delle tue attenzioni; ed entrarmi dentro per darmi piacere, fino a riempirti la bocca di ogni goccia di me, sentirti godere per questo… come se ne avessi bisogno per dissetarti! niente lascerei per me… ti darei tutto, tutto ciò che vuoi” Insieme , ti invio il link del vibratore a distanza e accogli senza esitare la mia richiesta… accidenti sì, la mancanza dei baci, delle carezze, dei nostri corpi che si toccano e si intrecciano c’è, inequivocabilmente. Il tuo profumo, le mie mani dentro i tuoi capelli per trattenerti, per non farti scappare via… ma così, con questo nostro modo di interagire sembra che ogni metro si azzeri. Ti sento addosso come averti qui. Ti muovi dentro di me…

Mentre ti occupi di me con il vibratore ci scambiamo qualche messaggio di piacere e da quanto sono bagnata non impiego molto ad avere un intenso orgasmo. Da quello che dici anche per te è lo stesso… Ci scriviamo un po’, raccontandoci qualche scabroso dettaglio su cosa ci piace fisicamente e su alcune fantasie che vorremmo provare non appena ci rivedremo.

Questa tua immagine, che mi coglie un po’ di sorpresa, va però a colmare un mio vuoto… o meglio un desiderio mai espresso, ma che so mi appartiene molto profondamente.

Che follia dirsi queste cose, aprirsi l’uno all’altro senza barriere… ma quando qualcuno riesce ad essere la nostra magia è giusto assecondarla, non c’è sforzo e tutto arriva perché deve accadere.

Avventure di una slave “farloccah”

Ebbene sì, sono una slave, ma una di quelle farlocche! Non riesco a struggermi in attesa che il padrone mi conceda le sue attenzioni o, meglio ancora, che mi punisca. Non più di tanto, almeno! Non riesco, insomma, a prendere sul serio nemmeno questa parte così profonda e vitale del mio essere.

Mi sono avvicinata a questo mondo da poco, da meno di un anno, perché ho avuto la fortuna di incontrare una persona che ha saputo cogliere il mio bisogno di esplorare questa inclinazione, spesso difficile da accettare, e ha conquistato la mia fiducia, elemento fondamentale in qualsiasi relazione tra esseri umani, ma vitale, oserei dire, in una relazione di dominazione/sottomissione.

Il guaio è che è più forte di me, sono un disastro, colleziono figuracce e avventure ridicole in ogni aspetto della mia esistenza: poteva esserne esente la mia vita quasi segreta di slave? Dico quasi segreta, perché la maggior parte dei miei amici la conosce nei minimi dettagli, soprattutto quelli ridicoli.

Quindi ho deciso di mettere per iscritto le mie avventure. Se siete pronti, io partirei!

Cominciamo dall’inizio, dalla mia prima sessione.

Quando siamo arrivati in hotel, il padrone mi ha chiesto la carta di identità da lasciare alla reception. Io con tutta la disinvoltura che ho raccattato non so dove (immaginatevi il mio stato d’animo, la mia prima sessione!) l’ho estratta dalla borsa e gliel’ho consegnata. Peccato che, quando l’avevo messa in borsa, una borsa molto sexy ma molto molto piccola, non pensavo assolutamente a quella finalità. Secondo voi, presa tra tutti i pensieri che mi frullavano in testa, potevo ricordarmi che quando si prende una stanza in hotel ti chiedono i documenti?

Mi ero semplicemente detta: «Prendo un documento, così se mi fa a pezzi, almeno sanno a chi riconsegnare le spoglie!»

Potevo poi, tenere per me questo mio pensiero? Assolutamente no, anche se sono quasi certa di non averglielo raccontato proprio quel giorno… Mi ricordo però la sua risposta, lapidaria e sarcastica: «Potevo scegliere a quale pezzo attaccare il documento? Perché lo sai qual è il mio pezzo preferito di te…»

Anche quando ho potenzialmente delle buone idee, riesco sempre a infilarci un particolare idiota. Sentite questa: serata a casa, sono annoiata, non riesco a dormire, anche se è già tardi. Decido di fare un piccolo omaggio al mio padrone, anche se lui è lontano. Approfitto dell’ora tarda, regna  stranamente un grande silenzio in casa, sgattaiolo in bagno e prendo la matita per gli occhi, verde petrolio. Mi spoglio e scrivo sulla pancia il suo nome, o meglio il suo soprannome, quello che gli ho attribuito io, mr. JD. Sono molto soddisfatta dell’idea che ho avuto, sono sicura che gli farà piacere: la consapevolezza della sua proprietà. Mi sdraio sul letto, sistemo le lenzuola nel modo più figo che posso, allontano il cellulare abbastanza per inquadrare la scritta e scatto. Apro la galleria per vedere la foto prima di inviarla. C’è qualcosa che non mi convince, la guardo bene e poi capisco. Sono una stordita, ho scritto la J al contrario… mi tocca correre in bagno, prendere lo struccante per gli occhi e cercare di cancellare la lettera senza fare troppi disastri… e la matita verde petrolio, vi assicuro, non è facile da togliere dalla pancetta! Ho un’idea geniale, una delle mie, insomma, di quelle che sulla carta sembrano lineari e semplici, ma quando le metti in pratica non risultano né lineari né semplici. Mi dico: «Basterà cancellare il fondo della lettera con un dischetto di cotone e riscriverlo dall’altra parte!» Dopo qualche minuto il verde petrolio era diffuso su tutta la  mia pancia, tanto che sembravo in avanzato stato di decomposizione, lo struccante era quasi finito e il pavimento del bagno disseminato di dischetti di cotone della stessa tonalità della mia pelle. Alla fine ho sistemato tutto, ma ridacchiavo un sacco mentre cercavo di assumere un’espressione sexy nella foto. Meno male che mi stavo annoiando!

E poi c’è la storia della mia safeword… è stato uno dei primi accordi stabiliti fra noi, anzi forse l’unico, per il resto si va a sentimento. D’altronde, sono nuova del settore, un filo ansiosa, quindi avere una parola di sicurezza mi tranquillizzava. Ho scoperto in seguito, conoscendo altre slave, che non tutte ce l’hanno, probabilmente solo quelle a cui serve per stare tranquille, come me. O quelle che hanno visto Cinquanta sfumature di grigio… l’ho visto anche io, giuro, e l’ho trovato davvero molto divertente!

Ma non divaghiamo… non ho mai avuto occasione di usarla, non mi sono mai sentita in pericolo, né sopraffatta dalla situazione. È comunque stata al centro di una delle mie avventure.

Una sera, uscita alcolica con le amiche in centro. Una di quelle uscite in cui ci si trova presto, per un aperitivo, poi alle due del mattino si è ancora in giro per i vicoli della città a cercare la macchina parcheggiata chissà dove, col terrore che qualcuno butti un secchio d’acqua addosso per sedare gli schiamazzi…

Io mi sono presentata con un bel bernoccolo sulla fronte. Ho provato a raccontare che avevo sbattuto contro un pensile della cucina, ma devo essere risultata poco credibile, tanto che a fine serata mi hanno estorto la verità.

«Va bene ragazze, lo ammetto, mi sono fatta male durante la sessione! Ma pensate alla situazione: mani legate dietro la schiena con le fascette, gagball in bocca, sui tacchi a spillo, che comincio ad agitarmi perché non voglio fare quello che mi sta chiedendo il padrone!» lo ammetto, sono una slave poco ubbidiente, oltre che farloccah!

«E quindi che è successo? Racconta!» incalzano le amiche, non sapendo se preoccuparsi per me o se continuare a sghignazzare immaginando la mia leggiadria nel contesto specifico…

«È successo che, nel dimenarmi in modo scomposto, come mio solito, sono caduta a terra e ho picchiato la testa sul marmo. E mi sono agitata ancora di più, perché non sapevo come fargli capire che mi ero fatta male davvero. In quel momento non riuscivo a pensare a niente, se non che non avrei potuto pronunciare la mia safeword. Poi lui si è accorto che c’era qualcosa che non andava ed è intervenuto, però…»

«Tra l’altro, qual è questa fantomatica safeword?»

Non avessi mai risposto a quella maledetta domanda! Hanno cominciato tutte a ridere a crepapelle, urlando, come se avessero la mia gagball in bocca: «Broccoliiiiiiiiiiii»

Vi aspetto per la prossima avventura!

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Margarita

Sissi e John, in vacanza con un gruppo di amici, quella sera si trovarono quasi soli. Playa Paradiso, una spiaggia bianchissima a sud di Tulum, Messico. All’ora del tramonto si sedettero al ciringuito con qualche amico per un aperitivo: “Margarita per tutti grazie!” Dopo qualche minuto arrivarono i bicchieri colmi e salati…. il primo andò giù… per rinfrescarsi da quella giornata calda e assolata! “Un altro giro grazie!” … e a breve, di seguito un altro… quel mix di 3,5 cl di tequila, 2 cl di triple sec, 1,5 cl di succo fresco di lime, sapientemente shakerati e versati nel bicchiere con il bordo coperto di sale.. beh sembravano essere il giusto corroborante per la splendida serata di risate e sguardi ammiccanti. Sissi e John erano amici, per amicizie comuni e frequentavano lo stesso palazzo come luogo di lavoro, si incrociavano spesso ma non si erano mai guardati con quegli occhi desiderosi di scoprire qualcosa in più… al terzo giro, i cocktail iniziavano a farsi sentire e ordinarono fajitas, quesadillas e guacamole. I ragazzi del ciringuito accesero un paio di bracieri sulla spiaggia e prepararono alcune sedute più piacevoli e rilassanti anziché il solito tavolo da bar. L’allegra compagnia, in attesa che arrivassero le pietanze, prese posto su questi comodi lettini, Sissi e John restarono per ultimi e si misero uno di fronte all’altro. Tutti lì, un po’ brilli ad ammirare il mare che stava prendendo colori meravigliosi per il sole che tramontava. Arrivò il cibo e ancora un giro da bere… la tensione però tra Sissi e John era palpabile e avevano già voglia di baciarsi! Stuzzicarono qualcosa e bevvero ancora quel nettare che ormai aveva conquistato i loro palati. Con la scusa di fare due passi per smaltire l’alcool si allontanarono dagli amici, camminando fino ad un gruppo di barche di pescatori. John prese in braccio Sissi, e la mise a sedere sulla panca, dentro una barchetta. Avevano ancora un po’ di Margarita nei loro bicchieri e una fajitas da terminare. Chiacchieravano e si stuzzicavano a vicenda, John si bagnò le dita con un po’ del cocktail rimasto e le fece succhiare a Sissi, che avidamente le teneva in bocca, leccandole. John con l’altra mano si fece spazio tra le cosce di Sissi , scostando le mutandine e scoprendo quanto fosse bagnata… Si baciarono appassionatamente, con le dita John si muoveva dentro di lei, ma aveva una gran voglia di abbassarsi e sentire il sapore di Sissi, che, quasi sentendo i suoi pensieri, si mise seduta sul fondo della barchetta con le gambe piegate e ben aperte. John non esitò e poggiando delicatamente la lingua iniziò a muoversi piano su quel delizioso clitoride umido e gonfio. Sissi colava di piacere, avrebbe voluto gridare da quanto la sua lingua la facesse impazzire, con movimenti sicuri, un succhio avido e goloso John sembrava instancabile. Lui adorava il sapore di Sissi, dolce e piacevole, non voleva smettere. Scostandogli la testa Sissi prese il bicchiere e gli versò in bocca l’ultima parte di margarita… aveva un desiderio incontenibile e voleva John tra le sue gambe… ma sentendo delle voci avvicinarsi dovettero velocemente interrompere.

Erano un paio dei loro amici che si stavano accertando andasse tutto bene, volevano proporre un tuffo in notturna per poi tornare all’hotel.

Sotto i riflettori

Glory hole

Umberto quella sera voleva spingersi oltre… e chiese a Charlotte se voleva rischiare un po’! Lei ci pensò qualche ora e poi gli inviò un messaggio: “Mi fido”. Per tutta risposta ebbe un semplice: “Alle 20 fatti trovare pronta per uscire!”

Charlotte, abbastanza intrigata ed entusiasta, finito il lavoro tornò a casa e si preparò. Indossava un bellissimo completo intimo blu di pizzo con un intreccio di lacci su schiena e pancia. Coprì il tutto con un abitino nero che metteva in risalto il seno, le fasciava la vita, e aveva la gonnellina ampia. Umberto arrivò puntuale: pantalone classico blu, camicia bianca con bottoni e impunture blu. Sembrava si fossero accordati sui colori! Cenarono in un ristorante tranquillo e Umberto chiese a Charlotte se notava qualcuna nel locale con cui avrebbe voluto scambiare due parole…. sì, perché quello non era un ristorante normale. Charlotte, un po’ perplessa si guardò attorno e posò gli occhi su una coppia di ragazze: sembravano simpatiche, ridevano tra loro e stavano sorseggiando un cocktail al bancone. Umberto si alzò e chiese alle ragazze di unirsi al loro tavolo, ma non si sedette, le lasciò qualche minuto da sole. Si consultò nel frattempo con il cameriere e si accertò che la zona che gli interessava fosse libera. Le ragazze si presentarono, Laura e Stefania, Charlotte, incuriosita, chiese in che tipo di locale si trovassero e loro ridacchiando le risposero: “Presto lo scoprirai”… Umberto tornò e sussurrò all’orecchio di Charlotte: “Alzati, vieni con me e rilassati”. Già nel corridoio Umberto dimostrò a Charlotte quanto lui fosse contento ed eccitato, la spinse contro il muro, con enfasi la baciò profondamente e insinuò due dita dentro di lei, scoprendo una certa eccitazione… nel frattempo anche le due ragazze si alzarono e seguirono i due dando una sbirciatina alle mosse della coppia da dietro un paravento. Poi finalmente arrivarono dietro al tanto atteso Glory hole 🕳

Un buco nel muro dal quale le due ragazze avrebbero guardato la coppia mentre si divertiva… Umberto aveva ancora le dita dentro la fighetta bagnata di Charlotte. Alzando la gonna e spostando le mutandine, mise in mostra il suo sesso, poi Umberto si inginocchiò sotto di lei e iniziò ad assaporarla con ardore, mentre le due ragazze godevano della scena. Umberto era vestito ma con tutti quegli occhi che lo guardavano stava esplodendo, dovette slacciare i pantaloni e abbassare le mutande, il suo pene era gonfio e in bella mostra, mentre continuava a succhiare quella meravigliosa fica grondante iniziò a masturbarsi. Ad un tratto si interruppe e decise di infilare il pene nel buco, le due ragazze inizialmente titubanti, con uno sguardo d’intesa, dopo poco si presero cura di lui, leccandolo e succhiandolo insieme. Le dita di Umberto erano ancora dentro Charlotte, che in estasi per quello che stava succedendo spostò Umberto dal buco e avidamente si prese quel pene gonfio e turgido tutto per lei, mettendosi di schiena, con le mani appoggiate al muro per sostenere i colpi vigorosi di Umberto… le ragazze al di là del buco si litigavano lo spazio per guardare! Prima che i due uscissero dallo stanzino però Laura e Stefania si erano allontanate.

Umberto e Charlotte uscirono e guardandosi si abbracciarono e baciarono appassionatamente, si fermarono al bancone e sorseggiarono un drink.

Un caldo pomeriggio di fine aprile Ultima parte

Cominciò ad accarezzarle con insistenza i capezzoli, che diventarono subito turgidi. I suoi sensi erano all’erta, pronti a cogliere ogni attimo, ogni vibrazione. Da dove avrebbe ricominciato? Che cosa avrebbe subito? Un brivido di paura la percorse lungo tutto il corpo. Paura, sì, perché sapeva di essere in balia del suo padrone, ma mista a eccitazione, perché sapeva di averglielo chiesto lei e sapeva che non se ne sarebbe pentita. Cercò di decifrare nei suoi occhi le sue intenzioni, lo conosceva ancora troppo poco. Decise di affidarsi, chiuse gli occhi e si lasciò trasportare da lui, ovunque avrebbe voluto portarla.

Le prese la mano e gliela infilò nel tanga. Lei cominciò a masturbarsi, obbediente.

«Voglio che lo bagni. Voglio che rimanga il tuo sapore, i tuoi umori. E tu devi sentire addosso gli umori del tuo padrone» le disse. Subito dopo si inumidì le dita e le impiastricciò di saliva tutta la faccia e i capelli.

Non le importava, capiva che tutto ciò che subiva era funzionale al suo addestramento. E se anche fosse stato un semplice capriccio del padrone, sapeva che lo avrebbe accettato, perché non poteva più fare altrimenti. Era un capriccio? Sarebbe stata onorata di essere l’oggetto del suo capriccio e avrebbe fatto di tutto per assecondare i suoi desideri, bramosa della sua approvazione, tanto quanto delle sue punizioni. Lei, abituata a farsi mille domande sui comportamenti e le azioni degli altri e di sé stessa, era stupita di questo atteggiamento. Poi smise di pensare, perché venne catapultata ancora una volta al massimo del piacere. Ogni volta le sembrava che l’orgasmo fosse più intenso. Ogni volta credeva di aver raggiunto il massimo del piacere e ogni volta raggiungeva un livello più alto. Si chiese se fosse possibile morire per il troppo piacere…

Il padrone interruppe il flusso dei suoi pensieri, le prese la mano e le fece succhiare le sue dita.

«Senti il sapore del tuo piacere».

Era un sapore forte, penetrante, sapeva di mare e di giochi proibiti.

«Ora fammi un pompino».

Lei non vedeva l’ora di riaverlo in bocca.

Lo prese avidamente, lui la teneva ancora per i capelli.

Le alzò la testa e le sputò in pieno viso.

«Devi sentire il tuo padrone. Devi sentirti posseduta».

Poi le abbassò nuovamente il viso in modo che potesse continuare a succhiarglielo con forza. Le mancava il respiro, lui spingeva fino in gola, credette di soffocare, ma il padrone non le diede tregua. «Da brava, apri bene e tienilo in gola. Devi imparare. Oh sì, così, senti come si apre bene».

Si sentiva come se fosse uscita dall’acqua e avesse potuto ricominciare a respirare. Gli occhi le si erano riempiti di lacrime per lo sforzo, ma alzando il viso verso il suo padrone lesse nel suo sguardo che era soddisfatto di lei, della sua nuova, ultima schiava. Avrebbe fatto di tutto per continuare a ottenere quello sguardo su di lei.

Riprese a succhiare con ancora maggior impegno di prima, tanto da fargli raggiungere l’orgasmo, e lei bevve tutto il suo sperma, ne assaporò ogni goccia, le piaceva la sensazione di quel liquido denso che le riempiva la bocca e le scendeva lentamente in gola. Ne rimase un po’ sulle labbra, lo leccò subito via con la lingua, non voleva che nulla andasse sprecato di quel dono prezioso che il padrone le aveva concesso. Era un sapore nuovo, sconosciuto. Le piacque, sentiva il gusto di aver soddisfatto, quel giorno, il suo padrone. Quante volte ancora ne avrebbe avuto l’onore?

Poi si accasciò accanto a lui, sfiancata dalla fatica e dall’immenso piacere.

Rimasero così per qualche minuto, abbracciati, per recuperare le forze e riprendersi dalle forti emozioni. Lui la accarezzò dappertutto, con tenerezza. Sentiva di essersi meritata ogni carezza, ogni tocco di quelle mani che le avevano trasmesso, in quel pomeriggio, emozioni così intense e così diverse. Lui voleva farle capire di essere stata brava, la sua brava ragazza. O così almeno le piaceva credere.

Lei ormai era sua, non avrebbe rinunciato per nulla al mondo a questo viaggio alla scoperta della sua più vera e profonda natura. Mai nessuno era entrato così in profondità nella sua testa: lui aveva spazzato via tutte le sue difese e lei gli si era consegnata, anche se sapeva che si sarebbe ribellata ancora, anche solo per il gusto di essere punita e domata.

Aveva compreso che lui era la guida giusta per quel viaggio che, era sicura, sarebbe stato carico di emozioni e da cui sarebbe tornata diversa.

Se mai avesse voluto tornare.

Mojito

50 ml di rum bianco

3 cucchiaini di zucchero di canna

angostura q.b.

8 foglie di menta

ghiaccio tritato o a cubetti q.b.

soda q.b.

succo di lime 1

Lavinia osservava come ipnotizzata il barman preparare il suo cocktail: schiacciò contro i lati del bicchiere le foglie di menta e lo zucchero, aggiunse il lime, pestò ancora, poi riempì il bicchiere di ghiaccio tritato. Aggiunse il rum, l’angostura e la soda. Un’ultima mescolata e le porse il bicchiere.

Non le piaceva bere da sola, ma le era arrivato un messaggio dal suo cavaliere. Avrebbe tardato, le aveva consigliato di cominciare a bere senza di lui, avrebbero sorseggiato insieme il suo secondo cocktail. La cosa le aveva dato parecchio fastidio, lei era sempre puntuale e non sopportava dover aspettare, ma quando appoggiò le labbra al bicchiere, sapendo che stava per bere il suo cocktail preferito, il suo malumore si placò. Il sapore acidulo del lime unito allo scricchiolio dei granelli di zucchero sotto i denti la facevano impazzire, sia d’estate che d’inverno. Mentre sorseggiava il suo cocktail, ripensò alle giornate trascorse, che l’avevano portata fin lì, in quel chiosco sulla spiaggia, a piedi nudi sulla sabbia fresca e con un bicchiere in mano, ad aspettare…

Era la sua prima vacanza da sola, era volata in Sicilia per due settimane di mare e di sole. Aveva un programma intenso: mattina e pomeriggio in spiaggia munita di crema solare, cappello a tesa larga, salviettone e libro da leggere.

Aveva un assoluto bisogno di relax e aveva deciso che sarebbe tornata in città abbronzata. Quella era la vera sfida: lei, pallida e con la pelle delicatissima, al ritorno dal mare sembrava sempre essere rimasta non sotto l’ombrellone, ma addirittura chiusa nella cabina dello stabilimento balneare.

Dopo qualche ora sotto il sole, Lavinia decise di postare una foto su Instagram: non vedeva l’ora di mettere in mostra il nuovo bikini color tiffany col reggiseno a balconcino, comprato per la vacanza. Allungò le gambe sul salviettone, cercò di assumere una posa sexy, o almeno aggraziata, obiettivo per lei difficilissimo, e scattò la foto. Qualche filtro di ordinanza, e il post fu pubblicato.

I commenti non tardarono ad arrivare, soprattutto da parte del genere maschile. Gli amici di vecchia data le raccomandarono di non scottarsi, la conoscevano bene e sapevano delle sue intenzioni suicide, ma gli altri, gli amici virtuali, le mandarono baci, cuoricini, persino delle rose.

«È proprio vero che in estate gli ormoni sono allo stato brado!» disse fra sé e sé Lavinia, ridacchiando.

Poi un commento attirò la sua attenzione… più che il commento, a dire il vero, che era nella norma, fu la foto profilo del commentatore, molto interessante. Un viso sorridente, con i capelli non troppo corti né troppo lunghi, occhi sottili ma luminosi e un bel sorriso.

Lavinia rispose al commento con qualche faccina innocua, ma tanto bastò per dare il via a una chat. Nel frattempo lei era andata a sbirciare il profilo dell’uomo, si chiamava Andrea, e ciò che aveva trovato le era piaciuto molto. Particolari del suo corpo tatuato (Lavinia aveva un debole per gli uomini tatuati) e auto anni cinquanta. Sulla carta pareva davvero interessante.

Lavinia e Andrea chattarono parecchio quel giorno, lui le raccontò che aveva una collezione di auto d’epoca che noleggiava per vari eventi. Lei si dimenticò di leggere il libro e di rimettere la crema solare, dimenticanza che le sarebbe costata una bella scottatura, ma se ne sarebbe resa conto solo quella sera…

Il giorno seguente Andrea le propose di uscire a bere qualcosa. Si trovava in vacanza anche lui in Sicilia, a pochi chilometri da lei, chilometri che avrebbe percorso molto volentieri per conoscerla e poi… chissà.

Lavinia era carica di aspettative per la serata: aveva giusto comprato un bellissimo paio di scarpe rosa col tacco altissimo, da abbinare al suo vestito di jeans, strettissimo.

E ora era lì ad aspettare… Finalmente arrivò il messaggio di Andrea, stava parcheggiando la macchina. Lei gli spiegò a che tavolino fosse e lo attese, in trepidazione. Quando se lo vide arrivare davanti ebbe la fortissima tentazione di prendere le scarpe che aveva appoggiato sullo sgabello vicino a lei, e scappare.

Era bassissimo, più basso di lei che ora era a piedi nudi, ma soprattutto, pesava almeno venti chili meno rispetto alla foto profilo, tanto che Lavinia si chiese se era possibile che si spezzasse nel corso di un amplesso un po’ focoso…

Non le venne in mente nulla che giustificasse una fuga, quindi si preparò ad affrontare la serata, convincendosi che, magari, l’avrebbe sorpresa con altre doti che non fossero la prestanza fisica!

Lui le sorrise amichevolmente, si chinò a darle un bacio sulla guancia e poi parlò.

Lavinia era molto sensibile alla voce maschile, c’erano uomini che bastava pronunciassero due sillabe e la mandavano sulla luna…

Quando lui cominciò a parlare, le poche aspettative che le erano rimaste per la serata si infransero inesorabilmente: aveva una voce stridula e acuta, sembrava fosse sul punto di mettersi a frignare da un momento all’altro.

Il suo appuntamento non poteva andare peggio di così, si disse Lavinia, ormai l’obiettivo era trovare il modo di uscire da quella situazione nel modo più civile e indolore, per lei.

Decise di immergersi nel suo mojito, e di ordinarne subito un altro.

Nella pausa tra un cocktail e l’altro si vide costretta ad ascoltare quella voce acuta che sembrava le graffiasse le orecchie, e in quel momento si rese conto che aveva preso l’ennesima cantonata. Certo che il suo appuntamento poteva peggiorare: il piccolo, stridulo uomo di fronte a lei stava tenendo un monologo sui pregi della dieta vegana, e non fece altro per il resto della serata. Se Lavinia avesse avuto qualche dubbio su questo tipo di alimentazione, quella sera decise che non l’avrebbe mai più potuto prendere in considerazione senza sentire una fastidiosa sensazione nei suoi padiglioni auricolari!

Finalmente le arrivò un messaggio dalle sue amiche che le chiedevano aggiornamenti sulla serata. Lei prese la palla al balzo e si inventò una scusa sul fatto che quel messaggio fosse un promemoria di una scadenza di lavoro che la costringeva a tornare a casa subito.
Andrea si mostrò molto comprensivo, forse aveva capito anche lui che la serata non era decollata.

Sul gruppo le amiche si scatenarono appena Lavinia vomitò il suo disappunto per il suo tragico appuntamento. Ma il livello più basso lo raggiunse la sua a questo punto ex amica Barbara, che se ne uscì con un «Lavinia, ma devi avere pazienza, prova a uscirci ancora, magari migliora…»

E la serata finì così, con due buonissimi mojito in circolo, e istinti omicidi in testa…